ROMA Ieri di fronte alla domanda di cosa sarebbe successo del corpo di ballo dell'Opera di Roma dopo il 30 luglio, data di scadenza del contratto di Carla Fracci che lo dirige, ad Alessio Vlad, direttore artistico del teatro, si sono svuotati gli occhi, il volto si è oscurato in un sorriso per dir così interrogativo. Ha taciuto. A quel punto Fracci, s'è infuriata, ha sbattuto la cartella stampa sul tavolo e ha abbandanato la conferenza; nulla rapprenta meglio lo stato delle cose nelle attvità culturali in Italia. Tutto traballa: il Ministero traballa, il ministro Bondi traballa e con lui i suoi alti papaveri traballano, un decreto che dovrebbe salvare i nostri grandi teatri lirici traballa e traballano gli stessi teatri lirici, mentre i passivi di bilancio e i disavanzi s'ingrossano a causa dei tagli del governo. «Ridicolo! sbotta Vincenzo Vita senatore del Pd in commissione cultura dopo l'audizione di ieri di Sandro Bondi in quasi due anni di governo l'unica cosa che il ministro sa dire è che le attività culturali sono in crisi e che presenteranno un decreto legge al prossimo consiglio dei ministri, ma del contenuto non parlano e della promessa di leggi di settore neppure». Il segreto avvolge l'iniziativa del ministro; le voci di corridoio parlano dell'azzeramento dei contratti integrativi, con un tavolo di contrattazione nazionale modello Aram per i grandi teatri lirici italiani a eccezione di Santa Cecilia e della Scala. Inoltre il ministro raccomanda di cercarsi i soldi dai privati perché dallo stato non arriverà nulla di più. Da una parte si statalizza la contrattazione di fondazioni private, dall'altra si spinge verso un regime privatistico: mosse contraddittorie e a rischio di ricorso. «Bondi ha disatteso le richieste della risoluzione presa all'unanimità dalla commissione cultura; ascoltandolo sembrava una relazione al ministero del lavoro, non il piano di un ministro per salvare la cultura.., commenta amaro Rusconi capogruppo del Pd in commissione cultura. Nel frattempo si fanno più insistenti le voci di una staffetta tra Bondi e Giancarlo Galan nel ruolo di ministro; il governatore del Veneto, non candidato dal Pdl alle prossime amministrative, avrebbe minacciato di presentare liste proprie a meno che non gli fosse concessa una poltronissima. Dovrebbe essere quella del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali; l'arte e la cultura, per il nostro paese, si confermerebbero invece merce per bassi scambi politici. Così s'inquadrano le recenti e bizzarre vicende dell'Opera di Roma, teatro uscito appena due mesi fa da un commissariamento per un passivo di bilancio; il 4 dicembre Gianni Alemanno, sindaco della capitale e quindi presidente del teatro, presentando il suo nuovo sovrintendente Catello De Martino, annunciava un attivo di 15 milioni di euro. Nelle scorse settimane dal bilancio preconsuntivo per il 2009 risulta un passivo di circa 6 milioni di euro: o qualcuno è debole in matematica oppure una perdita di 21 milioni euro in meno di 60 giorni è inspiegabile. Il futuro appare anche più fosco: un primo bilancio previsionale per il 2010 presentava un passivo di oltre un milione di euro, il che avrebbe comportato un nuovo commissariamento del teatro. Dunque se ne è preparato un altro in attivo di qualche migliaio di euro, gonfiando soprattutto la previsione degli incassi per sbigliettamento che da 6 milioni di euro passerebbero a 8,5. Un obiettivo che prevedibilmente tischia di restare nel libro dei sogni poiché sulla carta la nuova stagione è poco attraente e le aperture di sipario sono inferiori all'anno scorso. Dopo la sfuriata di Fracci, in serata il sovrintendente De Martino si decide a fare un comunicato in cui la ringrazia per il lavoro svolto con il corpo di ballo dell'Opera di Roma negli ultimi 10 anni, e annuncia che non sarà riconfermata. Non mancano solo i soldi, manca lo stile: a riprova di come l'Opera di Roma, il teatro italiano più finanziato con denaro pubblico, sia allo sbando. A porre rimedio è tirato per la giacchetta Riccardo Muti, definito «direttore» del teatro dal prossimo dicembre, quando lui non ha voluto nessuna qualsiasi qualifica ufficiale. Una pura operazione mediatica condotta sulla pelle di un musicista.