Esiste una possibilità del riuso di edifici dismessi dentro le città, anche per esigenze abitative? «La domanda solleva un tema europeo, fondativo dell'idea di città europea», risponde l'architetto Mario Botta da Lugano. Nato a Mendrisio, classe 1943, una biografia costellata di grandi progetti dalla diversa identità (dalla mediateca a Villeurbanne al museo d'arte moderna a San Francisco, dalla cattedrale della resurrezione di Evry fino al centro dell'eredità di Tel Aviv, dal Mart di Rovereto agli edifici amministrativi di Nuova Delhi, dalla ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano alla chiesa del Santo Volto a Torino che ha riqualificato l'area industriale dove prima sorgevano i laminatoi e le fonderie Fiat), Botta non ha dubbi sulla direzione giusta da prendere. «La nuova città - sostiene - si confronta con vaste zone obsolete. Sono enormi vuoti, luoghi ex industriali, militari, snodi ferroviari, che avevano un significato nel Novecento, ma che hanno perso ogni valore e sono stati abbandonati. Eppure questi spazi urbani hanno un pregio notevole: si trovano dentro le città e godono di infrastrutture esistenti. Sono già 'serviti'. Possono considerarsi posti attivi che, per riprendere vita, non richiedono gli alti costi sociali di una eventuale nuova urbanizzazione, fuori le mura». Così, spiega ancora con chiarezza Mario Botta, per rispondere alle molte emergenze delle nostre città, fra cui, in primis, quella abitativa, «dobbiamo imparare a crescere su noi stessi, accettare la stratificazione storica, inglobare la memoria, come d'altronde hanno sempre fatto le città rinascimentali o i centri del Settecento e dell'Ottocento. Per operare in questo modo, bisogna partire da una consapevolezza: nella città europea, la morfologia è soprattutto radiale, a differenza delle metropoli asiatiche e americane. Il centro ha un valore assoluto che si commisura però anche al suo 'limite'. Se quest'ultimo - il 'confine' - viene messo in crisi con agglomerati urbani continui che si espandono nelle periferie e nelle campagne circostanti, si perde l'equilibrio...». In realtà, a rispondere all'emergenza abitativa, sono spesso gli speculatori dell'edilizia e l'idea di un «riuso» intelligente e lungimirante degli edifici dismessi (di cui lo stato è per la maggior parte proprietario) sfiora ben poco le amministrazioni politiche - locali e centrali - italiane. Sovente, si sceglie la strada opposta, la cartolarizzazione degli immobili, quasi con un'ansia di disfarsene al più presto. «È vero, è scomparsa quella cultura che ha attraversato il secolo scorso (basti pensare al Bauhaus, solo per fare un esempio) che scommetteva sulla possibilità di avere una 'casa migliore' - continua Botta - Oggi, chi non ha molti mezzi economici, o non possiede proprio una casa o è costretto a vivere in posti bruttissimi e le residenze le costruiscono gli speculatori... Paradossalmente, riescono solo loro ad essere lungimiranti: sanno bene che lo sviluppo di una città necessita di tempi lunghi, che non corrispondono in genere a quelli del consumo elettorale. Riadattare una zona ex industriale con i suoi capannoni può forse sembrare una scelta non economica, ma alla fine è vincente. L'unico problema vero è la qualità. Va detto però che cercare di evitare le speculazioni non è sufficiente. Non bisogna svuotare la città delle sue aree produttive. Quando si dismettono vaste aree, si viene tentati dalla creazione di grandi parchi cittadini. È sbagliato: le zone verdi vanno pensate altrove, non nel cuore di questi spazi che devono continuare a possedere una loro vita. Altro punto imprescindibile: la città non è mai ghettizzabile. È moderna quando vive dentro una moltitudine di funzioni, unità abitative, attività commerciali, luoghi di cultura...». Mario Botta ha anche un pensiero per l'Expo milanese. «Lo dico solo per dimostrare quanto affermavo prima riguardo la (scarsa) lungimiranza della classe politica... Si parla tanto di una Expo 'verde', ma a nessuno passa per la testa di piantare un albero, eppure si sa che ci vogliono parecchi anni perché cresca!». Vittorio Gregotti, nato a Novara nel 1927, architetto, docente, dal 1974 al 1976 direttore della Biennale di Venezia (arti visive e architettura), una grande esperienza internazionale con progetti firmati a Berlino, Lisbona, Barcellona e in tutta Italia, preferisce indirizzare l'attenzione sulle politiche sociali che non si realizzano nel nostro paese. Per Gregotti, il problema vero sono gli affitti troppo alti e il loro mancato contenimento (come avviene, invece, nel resto d'Europa). Le amministrazioni italiane non investono sul patrimonio a disposizione e, a suo parere, il riuso degli edifici dismessi «è una questione complessa. Meglio adattarli agli spazi collettivi, poiché la riconversione di questi posti per esigenze abitative sarebbe costosa e difficile». La piaga nazionale? Non tentenna Gregotti: la deregulation, l'assoluta mancanza di pianificazione. La stessa che si è vista all'Aquila, dove l'emergenza è stata affrontata solo per un uso politico-propagandistico.