Non è più una novità per nessuno il fatto che il mondo intero, e non solo quello dell'arte, stia affrontando una congiuntura storica che porta il pubblico e il privato a dialogare sempre più incessantemente. E non è nemmeno più un tabù esplorare tutte le possibili combinazioni tra questi due campi. Il punto, forse, è cercare di capire le regole e i limiti di questo arsenale di relazioni, e comprendere fino a dove ci si pu spingere nell'interesse di tutti. Anche in questo caso non posso fare aliro che limitare il mio discorso al campo dell'arte contemporanea, per lealtà nei confronti dei lettori, perché qqesto è il campo in cui lavoro e di cui sento di potermi definire non soltanto osservatore ma anche afi ore. Se ci guardiamo alle spalle, e osserviamo la storia dell'arte come una storia di immagini che celebrano vittorie, dinastie e conquiste, potremmo commettere la banalità di identificare la committenza con la dimensione del privato come la conosciamo oggi. Sarebbe una banalità però il fatto che, se è vero che in passato il potere aveva una forte connotazione personale, nonostante questo le sirutture che esso esprimeva erano, in un certo senso, pubbliche. Così come i valori che i principi e i sovrani chiedevano agli artisti di illustrare con i loro affreschi e le pale d'altare erano «pubblici», nel senso che rispecchiavano società unitarie, etnicamente e culturalmente coese, molto distanti dalla nostra società, che al contrario esprime una moltitudine di classi economiche, credo religiosi e orientamenti culturali. Nemmeno basterebbe ricordare che i musei, come li conosciamo noi, sono nati a partire dal modello delle raccolte e delle collezioni private, e che quel modello ha continuato a strutturare la natura stessa dei musei fino a oggi. E' l'esempio della nostra Accademia Carrara dovrebbe essere chiaro e sufficiente per tutti. Oggi è un dato di fatto che i collezionisti privati possiedano un potere d'acquisto spropositato, se messo a confronto con i budget che anche i musei pi ricchi possono mettere a disposizione delle nuove acquisizioni, destinate ad ampliare le proprie collezioni. Ed è altrettanto chiaro a tutti come oggi la relazione che esiste tra artisti e collezionisti è una relazione di potere che pone in secondo piano l'operato delle gallerie private e lo spazio di manovra dei musei stessi. Certo, le gallerie continueranno ancora per molto a svolgere il loro imprescindibile lavoro di filtro, mentre i musei continueranno ad esistere come luoghi di legittimazione e di storicizzazione, una funzione, questa, che non è ancora transitata nel campo delle fondazioni private. Maèun dato di fatto che le collezioni dei musei pubblici esprimeranno, in futuro, sempre di pi gli orientamenti del collezionismo privato, perché da quello trarranno una linfa vitale. Sarà allora necessario - e questo è, per fortuna, uno degli effeffi positivi della crisi - che quegli investimenti inadeguati per l'acquisto di opere sempre più care vengano impiegati, invece, sull'ampliamento dei dipartimenti curatoriali, in modo che un numero sempre più ampio di curatori preparati possa mettere ordine e dare un senso critico e storico alla massa di opere che, si spera, transiteranno dalle dimore private agli spazi dei musei pubblici. Se questo sarà possibile, se sarà quindi dato spazio alla conoscenza storica e alla capacità di discernimento critico che un curatore preparato può avere - insieme a una serie di nonne che tutelino l'indipendenza culturale delle istituzioni e la loro missione di educazione pubblica - non c'è da temere alcun condizionamento da parte del pubblico sul privato, perché l'ingerenza trova terreno fertile solo laddove sono i soldi, e solo loro, a dettare agenda e priorità. capo curatore, Gamec Bergamo