Sul sito le varie fasi del delicato recupero Quel dio bellissimo e tuttofare che gli Etruschi portarono a Veio ROMA - "Ti do il benvenuto nel mio sito. Con un tuffo nel passato potrai esplorare le mie origini, la mia storia...". Non capita spesso che un dio ti dia del tu. Se, poi, il dio in questione è Apollo - e per di più l'Apollo di Veio, classe 500 a. C., appena restaurato, in attesa di accogliere proprio stamattina, al Museo Etrusco di Villa Giulia, le troupes televisive di mezzo mondo - be', allora l'esperienza diventa unica... Unica ma non esclusiva: chiunque, infatti - cliccando www.apollodiveio.it - può ripeterla da un qualsiasi pc. Clicchi e "lui" - il dio - è già lì bell'e pronto a dirti la sua attraverso fior di schede preparate con scrupolo dalla direttrice del Museo Etrusco Francesca Boitani e da Tuccio Sante Guido, il restauratore che l'ha risistemato a dovere, passandoci insieme gli ultimi sei mesi. Vi si aggiungeranno come cartelle cliniche i check up di Maurizio Diana dell'Enea che, con i suoi portenti, ha partecipato a tutta l'avventura. In molti hanno potuta seguirla in diretta: dal sito, infatti - con altre due cliccate ben date - si attivava la microcamera che documentava minuto per minuto, fase per fase, questo che è stato definito uno dei recuperi più delicati degli ultimi anni. Dal virtuale al reale, a Roma, il passo è breve... E' talmente intrigante quel che il sito presenta che, alla fine, decidi che sì, che ci provi ad andarci di persona al Museo, prima del tempo: prima della "prima" che si terrà proprio stamani. Ne è valsa la pena. Il Museo è sempre più bello. Ci cammini dentro quelle sue migliaia di pezzi straordinari, e - ora che quasi per sbaglio, dopo quelli del Giubileo, sono arrivati ancora un po' di soldi per fare dei lifting - appare davvero scintillante. Ti ci perdi quasi, arpionato dal fascino di una miriade di segnali antichi di millenni, mai presi davvero sul serio, prima di arrivare giù sotto, al Ninfeo Superstar che il Premio Strega ci fa vedere, sudato e vestito a festa, a ogni sua edizione. PUBBLICITA' Si affaccia proprio sul Ninfeo la Loggetta dello Zodiaco dove si ritirava a prender il fresco, sotto gli affreschi stellari che aveva commissionato a Taddeo Zuccari, il pontefice Giulio III. Ed è proprio lì dentro che l'Apollo restaurato riceve. Verrà raggiunto qui dalle altre statue che, con lui, facevano gruppo. E' un marcantonio tutto d'un pezzo, l'Apollo di Veio: alto un metro e 81 centimetri - frutto di un'unica cottura perfetta di caolino ben raffinato e lavorato ad arte - il dio dominava da un'altezza di 12 metri il tetto del tempio che faceva leggendaria la sua città, alle porte di Roma. Fin troppo vicina, Veio, a quella che ormai studiava da Caput Mundi... A un certo punto la Città Eterna iniziò a vederla come minaccia e intoppo per la sua marcia verso il mondo: così, nel 396 a. C., pensò bene di distruggerla e di celebrarne annualmente la sconfitta. Gran bella gente c'era su quel sacro tetto insieme ad Apollo... C'era Hercle (il loro Herakles), c'era Latona (madre di Apollo), c'era Hermes messaggero di Zeus, forse Artemide, e chissà chi altri. Gli scavi che la Sapienza fa lì ogni anno - sotto la direzione di Giovanni Colonna - man mano restituiscono un po' di storia e così, di campagna in campagna, se ne sa e se ne trova sempre più. Tanto che la direttrice del Museo, Francesca Boitani, ha deciso di regalare nuovi spazi a Veio: "Completato il trasferimento dei Latini e degli altri popoli italici a Villa Poniatowski, qui di fianco, riusciremo a presentare Veio e questi suoi capolavori come meritano: tre, forse quattro sale daranno conto di una ricerca che cominciata nel 1916 con Giglioli e i suoi, proseguita con l'équipe di Massimo Pallottino, oggi vede impegnati in zona oltre a Colonna, Andrea Carandini, Gilda Bartoloni e altri istituti. Sarà una gran bella sorpresa vederlo finalmente tutto insieme, quel materiale...". Apollo, intanto, al solito, ha aperto la via... Pagato dai soldi in più della Federazione Tabaccai Italiani, il restauro del gruppo scultoreo veiense proseguirà con gli altri. Nel 2005 tocca all'Ercole: stesse alchimie per lui - fotogammetria, radiografie, fluorescenze, colorimetria... - di quelle già usate con quest'Apollo appena tornato ai suoi giochi di colori che grasso e polvere avevano ormai nascosto. Ora è bellissimo. E' sempre, ovunque, talmente bello Apollo - qui, tra gli Etruschi; a Delfi, tra i suoi; in Grecia sulle monete di ieri, ma anche sulle banconote di oggi - che, poi, non c'è mai spazio per dire quanto fosse pure utile, intelligente, ecumenico, oltre che "politicamente corretto", questo dio. Così, almeno per una volta, rubiamo qualche riga all'estetica e ascoltiamo da Platone (il Platone della Repubblica) quanto Lui, il Superdio, e il suo pool di sacerdoti - un miniconclave che da Delfi dettava legge in mezzo Mediterraneo, per bocca di una Pizia che solo loro riuscivano a capire, pilotare e interpretare - fossero raccomandabili da un punto di vista di normativa geopolitica. Erano spettanze di Apollo, secondo Platone, "il modo di fondare i templi, di celebrare i sacrifici e ogni altra regola sul culto agli dèi, ai demoni, agli eroi. Questa materia è al di fuori della nostra conoscenza e pertanto nell'edificare la Città, se abbiamo buon senso, non dovremo fidarci di nessun altro, né ad alcun altro far ricorso, se non a lui che fu l'interprete dei nostri avi... ". Così chiunque, ovunque, avesse un problema serio - da quelli geologici come un lago che, riempiendosi, rischiava di inghiottire gli abitati costieri, a quelli migratorio-coloniali, a quelli igienico-sanitari, a quelli di ortodossia da rispettare... - finiva sempre per chiedere aiuto al Sapere di Delfi e a quel suo Apollo tuttofare che ne approfittava, poi, per far aprire qualche sede in suo onore e spedirci missionari del "suo" Pantheon olimpico. Mezza Italia - ovvero l'intera Magna Grecia - era roba sua, fin dalla fondazione... Ma come quest'Apollo di terracotta a puntino sia finito sul tetto del tempio etrusco di Veio - con una faccia pressoché identica al suo gemello ligneo oggi al Museo di Delfi - non è dato sapere di preciso. Suo compito era di rappresentare, insieme a quegli altri déi piantati lassù, il mito della cerva sacra a Delfi che Apollo ed Ercole si disputarono, combattendosi... Come mai degli Etruschi, però, sentissero l'esigenza di materializzare - anche per le loro preghiere - un racconto assai greco, rimane un mistero. "L'Internazionale Ionica", si dice sempre... Del resto lo dicono le fonti e anche chi le studia. Pare certo che le maestranze artistiche della zona - quelle che incantarono per la loro perizia i Tarquini, tanto che proprio a loro appaltarono i decori dei templi romani più sacri - ci arrivassero qui dalla Grecia, con tutto quel loro know how che li faceva leggendari. Certo, ora, a trovarselo di fronte, questo loro capolavoro, se ne capisce il perché. E lo si comprende ancora di più ascoltando l'entusiasmo di Tuccio Guido, Istituto Centrale del Restauro ormai alle spalle e molte avventure mediterranee di pronto soccorso artistico in curriculum. La sua storia d'amore con quest'Apollo compie i 20 anni proprio in questi giorni... Racconta: "E' uno strano avvicinarsi e perdersi, tra noi due... Nel 1984 la mia docente all'ICR, Alessandra Melucco Vaccaro, mi affidò per una tesina di specializzazione lo studio della statua. Quante ansie, allora... Quante attenzioni consapevoli, oggi... Nel 1992 mi chiamarono di nuovo per ritrarlo e piazzarlo su un'impalcatura che, a Veio, permette di capirne il posizionamento sul tempio. Ora di nuovo... ". E sèguita: "E' un capolavoro di tecnica quest'Apollo. Per realizzarlo devono averne lasciato asciugare l'argilla lavorata almeno un anno prima di metterlo in forno. E anche per cuocerlo, deve esserci stata un'attenzione tutta particolare...". Tuccio si mette a parlare del forno "a muffola" e, subito, gli si accendono anche gli occhi: "Cos'è il forno a muffola? Un capolavoro! Ecco cos'è. Scavavano un'enorme buca nel terreno - un po' come si fa ancora oggi per le campane - e creavano una sorta di "stanza murata" dove veniva posta in piedi la statua ormai lavorata, asciutta ma non ancora cotta. Poi, fabbricando un altro muro, lasciavano un'intercapedine per il fuoco e la brace che così non entrava mai in contatto diretto con l'opera. E' una sintesi di mille sapienze, lui... ". E te le racconta, una via l'altra, nella più dolce autopsia che un restauratore possa dedicare all'oggetto delle sue passioni: da quegli atomi di tinta affidati all'Enea per le memorizzazioni di rito, fino alla "colonna vertebrale" di ottone che venne infilata nella statua, a inizi secolo, per renderla più stabile: "I colori, poi... I colori sono come fatti di nulla. Ossido di ferro per il rosso più aranciato; ossido di manganese per il rosso scuro e il nero. E, poi, argilla grossa sotto. E sopra, quasi un panneggio, il velo di argilla più fine. Per questo poi il manto ha quel gioco di toni, appena più chiaro uno dell'altro. Così le pieghe risaltano meglio: nel restaurarlo te ne accorgi che ogni piega ha il tocco (ma anche la larghezza) di un polpastrello che le ha accarezzate una a una - con il caolino ancora fresco - fino a farle così perfette". Le riaccarezza anche lui. E si capisce che questo, tra loro, ormai, è un vero grande amore...