«Il giardino dei passi perduti», un'installazione di Peter Einsenman al Museo di Castelvecchio. Un dialogo intrecciato con Carlo Scarpa e la storia del luogo e insieme un'antologia dei progetti dell'architetto americano Con «Il giardino dei passi perduti» dell'architetto americano Peter Eisenman (Newark, New Jersey, 1932) nel cortile del Museo di Castelvecchio di Verona si preannunciano già i temi e gli argomenti che tra pochi mesi saranno oggetto di dibattito alla Biennale Architettura di Kurt Forster e nella mostra genovese «Arte e Architettura» di Germano Celant. Alla prova con il «testo» poetico di Carlo Scarpa - autore nel 1956 del recupero e dell'allestimento museografico di Castelvecchio - Eisenman ripropone da un lato la complessa «metamorfosi» («Metamorph» è anche il titolo dell'esposizione in laguna) dei linguaggi dell'architettura contemporanea, dall'altro il più aggiornato esercizio speculativo intorno alla «logica disciplinare» a confronto con le pratiche e le invenzioni dell'arte. Coerente con il suo progressivo allontanamento dalla «cultura semiotica», che così intensamente contraddistinse la sua ricerca negli anni settanta, Eisenman a Verona rinuncia a ogni rappresentazione del suo lavoro che poteva risolversi in una tradizionale mostra di plastici e disegni, decidendo invece di mettere in scena un'architettura reale che si configura in un'«opera didascalica» all'esterno del giardino e in un'«opera frammentaria» all'interno del museo. Interessato com'è alla ricerca di una «cultura dell'emozione tattile, plastica e mobile» Eisenman, in questi ultimi anni, esplora l'atteggiamento che le persone hanno verso le «idee architettoniche» e come esse reagiscono in spazi decomposti dove si azzera ogni poetica o tendenza. Sono ormai distanti, infatti, gli anni della sua investigazione sul rapporto formasignificato segnata dall'uso dei modelli linguistici (Chomsky), filosofici (Foucault, Derrida) e matematici (Thom) che diedero vita alle postfunzionaliste Cardboard House. Ma il rischio di «perdersi in profondità linguistiche senza fondo al limite del silenzio» (Ciucci) non è del tutto scongiurato se non si è ben disposti a immergersi nella logica formale di Eisenman. Nel capoluogo scaligero l'architetto americano interviene su tutta la superficie esterna di Castelvecchio. Il primo atto è la disposizione esterna, su un asse longitudinale alle cinque sale scarpiane interne, di cinque lastre scavate tra terrapieni ondulati di prato; queste vengono in seguito «spezzate» e ruotate secondo un asse diagonale dal quale emergono dei profili industriali in acciaio di colore rosso a formare una griglia cartesiana che sembra, come gli altri elementi artificiali scelti, sempre preesistita al luogo. All'interno delle sale ritroviamo quei profili di acciaio come tracce e frammenti interstiziali che appaiono tra le mura e i pavimenti di Scarpa ed è come se la forza che li ha sprigionati dal sottosuolo si fosse arrestata davanti alle antiche sculture in pietra e in legno del museo. Eisenman è un architetto di straordinaria complessità e ogni sua opera possiede molteplici significati, spesso di carattere filosofico e letterario. «Il giardino dei passi perduti» è come qualsiasi sua altra architettura bisognosa di «note a piè pagina» e di essere «commentata»: tendenzialmente «critica» anche se rifugge da ogni «realismo». Il titolo rimanda alle salles des pas perdus nelle quali i nobili francesi del XVII secolo attendevano di essere ricevuti dalle autorità statali o ecclesiastiche ma l'idea di fondo è di evocare simultaneamente i frammenti del passato (diacroniche) al cospetto del palinsesto delle altre architetture eisenmaniane che l'hanno preceduta (sincroniche). Ecco, quindi, la rievocazione del calpestio dell'acciottolato del giardino di Scarpa che per analogia somiglia alla proustiana via dei Guermantes, ove il suono dei passi ricorda allo scrittore il pavimento in pietra della chiesa di San Marco a Venezia. Qui, però, la ricerca del «tempo ritrovato» si confonde e convive con il «tragico» del presente sotto le sembianze di «sequenza di vuoti» (urbani) o «rotture della continuità» (storica). A Verona la riflessione eisenmaniana rivive nelle modalità viste sia a Venezia, nell'area di Cannaregio (1980), dove le impronte e buche sul terreno sono «spazi potenziali per case da costruire e ricettacoli per future tombe», sia a Berlino, nel complesso di edilizia popolare dell'Iba (1983), dove il «locus di un vuoto storico» si mostra nel frammento di quadrati formati di parti di muri sovrapposti e in pianta ruotati, memoria della «storia interrotta» della città ed emblema della crisi stessa dell'architettura. Nel giardino di Castelvecchio ritroviamo ancora il disincanto del Wexner Center di Columbus (1989) e del recente progetto per il Musée du Quai Branly a Parigi (2000) con i quali Eisenman supera ogni simbolismo e volontà di rappresentazione per una «strategia decompositiva» che implode l'architettura suscitando un'esperienza visiva e mentale che si muove tutta nel mondo del sensibile. Assecondando così le teorie di Derrida e Baudrillard, Eisenman attua un «processo di svuotamento» della materia che nel catalogo della mostra (Marsilio) è illustrato dal progetto per la Città della Cultura della Galizia a Santiago di Compostela (1999) ma che trova nel Monumento all'Olocausto a Berlino (1998) di sicuro una ancor più chiara e compiuta enunciazione. In tutte le architetture citate l'elemento che le unifica e che a Castelvecchio è generatore dell'idea progettuale è quello dello «scavo archeologico». L'architettura e la topografia in Eisenman si fondono per dare origine a «figure» (gli edifici) che incise nel terreno superano la tradizionale condizione che nella città queste possiedono nel loro rapporto con lo «sfondo» (urbano). A Santiago come a Berlino, a Venezia come a Verona è dal tracciato superficiale - deformato da escavazioni, modificato da terrapieni, ricomposto artificialmente - che affiorano i «residui poetici» che costituiscono le tracce stratificate nel tempo che Eisenman cassa o evidenzia secondo l'antica pratica medievale di riscrivere sulle pergamene cancellando le scritture precedenti. Nel 1985 Eisenman, invitato alla terza Biennale di Architettura di Venezia, presenta il progetto Moving Arrows, Eros and Other Errors: Romeo and Juliet; quattro anni prima aveva rifiutato, su consiglio di Manfredo Tafuri, di partecipare alla manifestazione veneziana rimanendo fuori dalla reclame postmoderna di Portoghesi rappresentata dall'invenzione all'Arsenale della «Strada Novissima». «Romeo e Giulietta» è il suo primo progetto pensato per Verona - un errore essersene dimenticati in questa occasione - e affronta con chiarezza il tema dello «scavo» e il concetto di «implosione» che ne deriva. «Romeo e Giulietta» è una metafora architettonica che relativizza i significati della storia facendo coincidere valori architettonici, letterari-simbolici e realtà, rendendoli intercambiabili. Attraverso la storia dei due celebri amanti il discorso architettonico diviene «la struttura formale di una narrazione» che possiede autonome leggi interne analogamente alle tre versioni letterarie (Da Porto, Bandello, Shakespeare). Entrambi i discorsi si identificano con i segni urbani veronesi: le fortificazioni e i castelli, la maglia ortogonale romana, il percorso curvilineo dell'Adige. Eisenman prova a «disseppellire le storie dei luoghi scoprendo geometrie abbandonate, perdute o soltanto immaginate» (Saggio) e così facendo propone un suo personalissimo concetto di luogo che non si fonda né su considerazioni mimetiche (Krier) né analogiche (Rossi) bensì «concettuali». Circa vent'anni dopo a Verona egli realizza uno «sterro archeologico» dal quale riesuma reticoli e tracciati che compongono griglie complesse e stratificate, attraverso i quali narra la sua storia frammentaria e tendenziosa: un racconto che ieri si distingueva da ogni revival stilistico classicista e oggi, dalle parodie formali del moderno. Solo Berlino può competere con Verona per la reiterata attenzione con la quale Eisenman ha interloquito con la loro storia. Nel berlinese Monumento all'Olocausto - una griglia scandita da quattromila pilastri in cemento - afferma la stessa poetica del «Giardino dei passi perduti». Ognuna delle opere non «ha un inizio o una fine, non conduce né fuori né dentro» ma soprattutto in entrambi i progetti Eisenman divide per sempre la nostalgia dalla memoria. Quest'ultima, come l'architetto americano dichiara, è «viva, attiva nel presente e non nutre alcuna nostalgia per il ricordo del passato». E' così che la «radicale alterità» dell'architettura eseinmaniana si dimostra critica della storia e della città contemporanea: una lezione che merita di essere ascoltata con attenzione.