Da qualche settimana, a Firenze esiste un nuovo museo pubblico: il Museo di Casa Martelli. Detta così, sembra una buona notizia: ma la conoscenza della sua genesi può forse indurre a vedere le cose con minor ottimismo. Nel 1986 moriva l'ultima dei Martelli, Francesca. Il suo testamento destinava al Seminario Maggiore di Firenze il Palazzo di Via Zannetti e tutte le opere d'arte in esso contenute, alcune delle quali importantissime. Un preciso onere testamentario disponeva che il complesso dovesse essere aperto al pubblico, secondo modalità decise dall'arcivescovo pro tempore. Nel libro dedicato alla collezione Martelli da Alessandra Civai si precisa che l'accesso avrebbe dovuto essere previsto «almeno una volta alla settimana». Dal 1998 il proprietario non è più il Seminario, ma lo Stato, che lo ha sostanzialmente comprato, pagando alla Curia 17 miliardi e mezzo di lire, e poi lo ha restaurato e riallestito, naturalmente a proprie spese. Oggi lo si può visitare proprio per l'equivalente di un giorno alla settimana: ma solo su prenotazione. Il vantaggio ottenuto dalla Curia è ovvio: dov'è, invece, il vantaggio per lo Stato? Ripercorriamo brevemente la vicenda dell'eredità Martelli, che si intreccia a quella dell'eredità Bardini. Per soddisfare le singolari volontà testamentarie di Ugo Bardini (1965), ed assicurare quindi al pubblico l'importante complesso collezionistico monumentale e ambientale lasciato da suo padre Stefano, era necessario che lo Stato spendesse l'equivalente del valore dell'eredità (stimato in oltre 33 miliardi di lire) per acquistare e destinare agli Uffizi o al Bargello una o due importanti opere d'arte create entro lo scadere del Cinquecento. Nel 1996, un Antonio Paolucci ministro per i Beni Culturali trovò i soldi per sbloccare la situazione. Si decise, quindi, di comprare due parti di un polittico di Antonello da Messina per gli Uffizi, e lo Stemma Martelli di Donatello per il Bargello. L'importanza storica, la rarità e la qualità resero chiaro che l'acquisto dell'Antonello era un'ottima soluzione, anche se non mancarono perplessità sulle condizioni di conservazione, e dunque sulla congruità della somma (incassata, sia detto per inciso, dallo stesso mercante che un anno fa ha venduto allo Stato il Crocifisso attribuito a Michelangelo e ora sotto inchiesta). La scelta della scultura non era legata solo all'indubitabile eccellenza dell'opera. Il punto era che essa apparteneva ancora alla Collezione Martelli, e dunque alla Curia. Durante questo periodo avvennero fatti che indussero il sovrintendente Paolucci a invitare la Curia «a provvedere miglior custodia e controllo del patrimonio artistico Martelli», finché alcuni quadri furono addirittura recuperati all'estero dai Carabinieri del nucleo per la tutela del patrimonio. L'allora ministro, attuale direttore dei Musei Vaticani, pensò di risolvere l'imbarazzante situazione attraverso un accordo in forza del quale, se lo Stato avesse acquistato lo Stemma donatelliano, la Curia avrebbe donato allo Stato il palazzo, e quanto vi era conservato. Così fu: nel novembre 1996 l'arcivescovato incassò i 17 miliardi e mezzo per la scultura, e nel maggio del 1998 venne firmato l'atto di donazione. Poiché l'acquisto dello Stemma Martelli si portava dietro tutto il complesso, si disse che esso soddisfaceva al criterio della «massima convenienza per lo Stato». Ma fu davvero così? Fu giusto spendere una notevolissima somma di denaro pubblico per assicurare allo Stato un patrimonio (vincolato, indivisibile e fruibile) che si trovava in proprietà, non già di un qualche pericoloso faccendiere, ma di un ente della solidità finanziaria, culturale e morale della Curia di Firenze? Il ministro Paolucci e la soprintendenza di Firenze avevano un'ottima alternativa. Lo Stato poteva chiedere alla Curia una gestione esemplare del complesso, imponendo gli stessi pesi e offrendo gli stessi aiuti che esso prospetta ad ogni privato cittadino che possieda un bene vincolato. La Collezione Martelli sarebbe così potuta diventare un museo della Diocesi, aperto al pubblico almeno un giorno per settimana. I vantaggi di questa soluzione sarebbero stati numerosi. 1) Per riscattare l'eredità Bardini lo Stato avrebbe potuto comprare una ulteriore, importante opera d'arte, magari più a rischio o comunque più remota dal pubblico godimento; 2) lo Stato non si sarebbe accollato un'ulteriore fonte di spese; 3) non si sarebbe commessa l'assurdità storica e museografica di trasferire al Bargello lo Stemma Martelli, spezzando così il filo diretto che (nonostante gli spostamenti all'interno delle proprietà di famiglia) lo legava alla sua committenza originaria (laddove, ancora nel 1911, i Martelli avevano fatto sapere che «non intendevano né hanno mai inteso, per ragioni di dignità e di sentimento familiare, cedere allo Stato lo stemma»); 4) si sarebbe onorata la volontà dell'ultima Martelli, la quale aveva preferito la Chiesa allo Stato. Lasciare nel suo contesto il pezzo più illustre della collezione avrebbe poi affermato chiaramente che la lacerazione del tessuto storico in nome della musealizzazione non è più il percorso elettivo della tutela pubblica. In altre parole, lo Stemma Martelli non è importante solo perché è un 'capolavoro' che fa serie con le opere di Donatello conservate al Bargello, ma perché è, letteralmente, segno vivo ed eloquente di una indivisibile storia di «dignità». Quell'opera, dunque, si deve conservare non solo perché eccellente artisticamente, ma anche per i nessi profondi e parlanti che la legano ad una identità storica: una identità particolare, certo, ma che, tuttavia, articola e riflette l'intera storia nazionale. Il Museo Martelli così com'è poi nato (cioè pubblico, e privo del suo glorioso stemma donatelliano) è invece il simbolo eloquente di una classe di politici e funzionari che risolve i problemi della tutela con trovate estemporanee, spesso discutibili e, alla lunga, controproducenti; di un Ministero dei Beni Culturali che non sa progettare una strategia della tutela che renda consapevoli e corresponsabili i soggetti privati, a partire dalle grandi istituzioni come la Chiesa; di uno Stato che non riesce a spiegare ai cittadini le ragioni per cui è vitale tutelare il patrimonio artistico, vale a dire la nostra stessa identità. Il tratto di strada che ormai si frappone tra lo Stemma e il Palazzo Martelli è una potente metafora della distanza che ancora ci separa da una seria e lungimirante politica della tutela. Tomaso Montanari
FIRENZE - Il prezzo dell'arte. Dalla Curia allo Stato per 17 miliardi di lire. La discutibile cessione del museo di casa Martelli
Il Museo di Casa Martelli a Firenze è stato aperto al pubblico dopo la morte dell'ultima dei Martelli, Francesca, nel 1986. Il suo testamento destinava il palazzo e le opere d'arte in esso contenute al Seminario Maggiore di Firenze, che avrebbe dovuto aprire il complesso al pubblico almeno una volta alla settimana. Nel 1998, lo Stato ha acquistato il palazzo e le opere d'arte per 17 miliardi e mezzo di lire. Tuttavia, lo Stemma Martelli, una scultura di Donatello, è stata venduta allo Stato per 17 miliardi e mezzo di lire, ma non è stata restituita al palazzo.
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