In una città come que sta non sono riuscito a trovare sponsor per Caravaggio, figurarsi come si potevano trovare finanziatori per il Calcio Napoli». Il soprintendente al Polo museale Nicola Spinosa accusa con la passione di intellettuale e la rabbia del tifoso deluso. «Quello che sta succedendo con il Napoli, conseguenza di una cattiva amministrazione, è lo specchio della situazione economica e sociale in cui si trova oggi la città». SOFFRE la Napoli del pallone, che subisce dieci umiliazioni al giorno, soffrono le casse dei musei napoletani, desolatamente deserte come le loro sale. Persino quelle che sono ormai le maggiori cause di introiti per i beni culturali, le mostre, a Napoli si realizzano a fatica. Spinosa ha annunciato una importante mostra per l'autunno, ma come al solito la farà al termine di quella che assomiglia sempre di più a una questua. Dopo, molti sapranno farsene un fiore all'occhiello. «E' la- punta dell'iceberg di una città che come nello sport anche nella cultura e in altri aspetti del vivere civile mostra non dico debolezze, ma buchi enormi». Paragona i musei a una squadra di calcio? «Il sistema è identico. Per fare la mostra sull'Ultimo Caravaggio non trovo uno straccio di sponsor, il Maggio dei monumenti ha mostrato eventi mediocri. Tutto è sempre più complicato». Anche lei incolpa l'imprenditoria? «Mi paiono significative le dichiarazioni degli imprenditori di questi giorni. Non esiste una imprenditoria sana, ma sempre la solita cattiva imprenditoria edile, quella che ha rovinato questa città, che poi è entrata in crisi e ora vuole trovare un soggetto al suo interno capace di salvare la società». Ma c'è Gaucci... «Lasciamo stare, un caso folkloristico, anche se magari è una brava persona. Ma mi domando perché debba arrivare da Perugia, quindi per un chiaro interesse di facciata, una cosa ben diversa dall 'interesse per la squadra in se stessa. Ma del resto chi andrebbe a investire denaro in una città che non da sicurezze, che non dimostra capacità di programmare. Una città dove per anni si è parlato del progetto Bagnoli e dove poi ancora si è costretti a correre perennemente dietro all'emergenza quotidiana. Il calcio è diventato qualcosa di molto serio, e necessita di programmazione come le attività culturali, il turismo». Come tifoso le è rimasta qualche speranza? «No, perché c'è disperazione per questa città. Poi francamente fa specie la scomparsa del Calcio Napoli, certo. Ma insisto a dire che noi dobbiamo gridare al miracolo se non sono scomparse cose anche più importanti, come ospedali, alberghi, e li vediamo sotto i nostri occhi in perenne crisi, mai fuori dal disagio. Aggiungiamo a questo la situazione nazionale e internazionale e il risultato è ben chiaro. In fondo la squadra di calcio è anche espressione della società e della città che rappresenta. Basta guardare il caso di Milano, Torino, o addirittura Roma, che pur con problemi simili a quelli di Napoli, hanno avuto vicende ben diverse».