Il Campidoglio ricorrerà al Tar «contro il decreto del Ministero dei Beni culturali che impone nuovi vincoli urbanistici nell'area di Agro romano compresa tra le vie Laurentina e Ardeatina, cancellando cinque aree edificabili e rimettendo in discussione tutte le previsioni urbanistiche di quell'area». Per difendere «i diritti acquisiti garantiti dal piano regolatore e le prerogative in materia di pianificazione urbanistica» di Comune e Regione. Ma soprattutto per reagire a «un'iniziativa che arriva straordinariamente in ritardo, dopo l'approvazione di un piano regolatore generale discusso per dieci anni e che aveva ottenuto il parere positivo della Soprintendenza stessa». Gianni Alemanno invita Soprintendenza e Regione a «riprendere il confronto, per una copianificazione concordata, riunendo finalmente il tavolo istituito presso il Ministero». Ma sul decreto non fa sconti: «Ricorriamo al Tar per chiederne l'annullamento»; Sindaco, quali rischi intravede nel decreto sui vincoli ud quadrante Laurentina-Ardeatina? «Innanzitutto c'è una lesione di diritti acquisiti. Il piano regolatore, una volta approvato in via definitiva, genera diritti edificatori. Se la situazione viene modificata successivamente, senza che vi sia stato alcun fatto nuovo rilevante (come potrebbe essere un importante ritrovamento archeologico), questi diritti vengono colpiti stravolgendo il Prg. Un piano regolatore, oltretutto, che è stato approvato dopo aver acquisito il parere favorevole della Soprintendenza». Il ministero, però, ritiene che i vincoli rientrano nelle proprie competenze di vigilanza sui beni paesaggistici. «Ma questi poteri devono essere utilizzati nei tempi e nei limiti dovuti. Mettendo vincoli così estesi, dopo l'approvazione del piano regolatore, è come se la Soprintendenza si sostituisse a Regione e Comune nella pianificazione urbanistica. Vincolando un intero quadrante della città e cancellando previsioni urbanistiche che risalgono al 1965, si impedisce il corretto sviluppo urbano di Roma. D'altra parte, queste aree edificabili riguardano sì e no il 20 per cento di tutta l'area sottoposta al vincolo, la parte di minor valore già compromessa da costruzioni preesistenti, mentre tutto il resto, anche secondo le previsioni del piano regolatore, era già destinato a rimanere un'area agricola incontaminata». Come si spiega, allora, questa iniziativa? «Credo che si tratti, da parte della Soprintendenza, di una concezione vincolistica della tutela del paesaggi, che la moderna cultura ambientale ha superàto da tempo. Il paesaggio e l'ambiente non si tutelano con i divieti ma con una corretta programmazione, con quello che viene definito lo sviluppo sostenibile. Se vengono cancellati i diritti edificatori in un quadrante della città siamo per legge obbligati a compensarli in altre zone. Con il rischio, quindi, di compromettere aree di Agro romano di maggior valore, rispetto a quelle colpite dai vincoli. Io vengo da una cultura ambientalista solida, come dimostrano i miei cinque anni da ministro delle Politiche agricole, ma qui ci troviamo di fronte a un piano regolatore discusso per un decennio, anche con la Soprintendenza, che ha creato legittimi diritti». Vi troverete, così, a creare una sorta di conflitto di competenze tra il Campidoglio e il ministero dei Beni culturali. «Ci opponiamo a questi vincoli, così come credo che farà la Regione, e sicuramente faranno i privati interessati. Nel futuro speriamo che si applichi una vera logica di copianificazione che coinvolga in maniera preventiva Comune, Regione e Ministero. Anche per evitare che, con un precedente del genere, possano essere apposti vincoli anche in altri quadranti della città, rimettendo praticamente in discussione tutto il Prg». Di vincoli, peraltro, si è parlato anche per l'area di Tor di Quinto, individuata come possibile scelta per ospitare il villaggio olimpico di Roma 2020. «Ma lì la situazione è diversa: si tratta di un'area ricompresa nel piano paesistico regionale su cui si pu intervenire con una decisione congiunta di Comune e Regione. Non dobbiamo costruire strutture pesanti, come era lo stesso Villaggio Olimpico edificato nel 1960 al Flaminio, ma una struttura molto più leggera e con molti campi sportivi, tipo quella dell'Acqua Acetosa. Tra l'altro, in quell'area, insieme a strutture di pregio, esistono anche insediamenti abusivi di nomadi e scassi per auto. Insomma, con una co-pianificazione tra Stato, Comune e Regione possiamo rendere quell'area ancora più bella e perfettamente ricucita con le vecchie aree olimpiche, anche attraverso un Fiume Tevere finalmente recuperato». Le Olimpiadi, infatti, rappresentano un'irripetibile occasione di sviluppo, urbanistico e non solo, per la Capitale. Il primo passo è ottenere la candidatura italiana, per la quale è ancora in lizza anche Venezia. «Certamente non sottovalutiamo alcun avversario. Ma qui non dobbiamo fare l'errore di considerare la questione delle Olimpiadi come una partita interna tra Roma e Venezia. Il Coni ha sempre detto che per poter vincere e portare le Olimpiadi in Italia bisogna giocare una carta forte». Quale ritiene che sia l'aspetto fondamentale, in questo senso? «La vera partita da giocare è quella tra la città scelta del Coni e le grandi rivali internazionali, come Tokyo o Madrid. Una partita per cui servirà uno sforzo comune di tutto il Paese, senza divisioni».