Chi, dopo aver frequentato e superato un triennio e una specializzazione vuole fare il restauratore non lo può più fare. Perché? Perché il ministero dei Beni culturali evidentemente non si fida della qualità della laurea rilasciata dalle università italiane. La doccia gelida è il decreto del ministero dei Beni culturali 532009: il titolo di restauratori non si acquisisce solo con la laurea. E necessario superare un concorso, una prova di idoneità, probabilmente una tantum. Da 4 mesi si è scatenato un braccio di ferro tra i giovani ex restauratori e il ministero che evidentemente li vuole restaurare. Col seguente risultato: un megaricorso al Tar Lazio esercitato da 50 ex studenti napoletani che si addiziona agli altri 5 presentati in tutta Italia. Il dicastero guidato da Sandro Bondi, nel frattempo, ha congelato la data del concorso almeno fino a settembre. Dal canto suo, il tribunale amministrativo probabilmente rimetterà la questione alla Corte costituzionale. Insomma, c'è confusione. «E un paradosso che al Sud si vadano a togliere possibilità di formazione ai giovani in un campo come il terziario avanzato - commenta l'avvocato Giambattista lazeolla, che difende i laureati napoletani -. Di questo passo l'Accademia potrebbe ridursi a formare solo restauratori dal punto di vista culturale e non pratico, cioè finalizzato al mondo del lavoro». Il cruccio dei ricorrenti al Tar è anche un altro: il concorso riguarda solo i laureati e non gli allievi delle scuole Icr (Istituto centrale del restauro di Roma) e Opd (opificio delle pietre dure di Firenze) che una volta diplomati sono restauratori a tutti gli effetti. La genesi di un simile provvedimento, il decreto applicativo del testo unico del 2004, contestatissimo dalle nuove leve, trova fondamento nella necessità di eliminare i restauratori improvvisati e privilegiare chi affronta un impegnativo corso di studi. Lodevole proposito, quello del decreto. L'effetto collaterale però è che si crea un collo di bottiglia, la prova una tantum, ed enormi sacche di precariato. Precariato, già: nelle more dell'esame i laureati non stanno con le mani in mano. A nero, spesso e (mal)volentieri, vanno a bottega, inquadrati con contratti a progetto magari come collaboratori al restauro (grado inferiore). Quando non si svolge opera presso privati la gran parte dei lavori passa per il settore pubblico e quindi le Soprintendenze. Enti, questi ultimi, che in punta di diritto potrebbero liquidare con un categorico «non si può» anche ditte di restauro impegnate da anni su basiliche e palazzi antichi. Il motivo è sempre lo stesso: senza «permessi» (cioè qualifica formale) niente appalto. All'estero la situazione cambia: con lo stesso diploma di laurea italiano in Belle Arti, si viene riconosciuti restauratori. Così in Germania, Spagna, Svizzera e diverse altre nazioni di area Ue. Insomma, ci sono ragioni e torti di qua e di là. Ma ciò che più colpisce è che un ministero - Beni culturali - non si fida di quanto fa un altro ministero - Pubblica istruzione - e chiede ai laureati di superare un concorso.
Perché ora Bondi non si fida più dei restauratori?
Il ministero dei Beni culturali ha emesso un decreto che rende necessario superare un concorso e una prova di idoneità per ottenere il titolo di restauratore. Ciò significa che i laureati in restauro non possono più fare il restauratore senza superare un concorso. I giovani ex studenti napoletani hanno presentato un ricorso al Tar Lazio, che ha congelato la data del concorso almeno fino a settembre. Il tribunale amministrativo ha probabilmente rimesso la questione alla Corte costituzionale. L'avvocato Giambattista lazeolla ha criticato il decreto, affermando che ridurre la formazione al terziario avanzato a solo restauratori dal punto di vista culturale e non pratico potrebbe essere un problema.
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