NAPOLI - Hanno festeggiato la laurea con tutti i crismi: confetti rossi e occhi rossi (dei parenti). Dopo triennio e specialistica sono diventati restauratori. Professione tra le più nobili: ridar vigore all'arte sfregiata dal tempo. Dal 25 settembre scorso però qualcosa è cambiato. Stop alle feste per un centinaio di ragazzi e ragazze, laureati all'accademia di Belle arti di Napoli ma anche al Suor Orsola Benincasa. La doccia gelida è schizzata sottoforma di decreto del ministero dei Beni culturali 532009: il titolo di restauratori - è il succo - non si acquisisce solo con la laurea, come hanno immaginato gli allievi durante l'intero percorso di studi. È necessario superare un concorso, una prova di idoneità, probabilmente "una tantum". O la va o la spacca. Apriti cielo. CONCORSO «AUTOSOSPESO» - Da 4 mesi si è scatenato un braccio di ferro tra i giovani improvvisamente regrediti al ruolo di restauratori fantasma e il ministero. Col seguente risultato: un megaricorso al Tar Lazio esercitato da 50 ex studenti napoletani che si addiziona agli altri 5 presentati in tutta Italia. Il dicastero guidato da Sandro Bondi, nel frattempo, ha congelato la data del concorso almeno fino a settembre. Dal canto suo, il tribunale amministrativo probabilmente rimetterà la questione nella corte costituzionale. Insomma, c'è parecchia confusione sotto il cielo. «È un paradosso che al Sud si vadano a togliere possibilità di formazione ai giovani in un campo come il terziario avanzato - commenta l'avvocato Giambattista Iazeolla, che difende i laureati napoletani - Di questo passo l'Accademia potrebbe ridursi a formare solo restauratori dal punto di vista culturale e non pratico, cioè finalizzato al mondo del lavoro». Il cruccio dei ricorrenti al Tar è anche un altro: il concorso, spiega un restauratore che preferisce l'anonimato, «riguarda solo i laureati e non gli allievi delle scuole Icr (Istituto centrale del restauro di Roma) e Opd (opificio delle pietre dure di Firenze) che una volta diplomati sono restauratori a tutti gli effetti». Gli altri, per ridurci al Monopoli, sono costretti a tornare indietro e passare dal via. LA «RATIO» DEL DECRETO - La genesi di un simile provvedimento, il decreto applicativo del testo unico del 2004, contestatissimo dalle nuove leve, trova fondamento nella necessità di eliminare i restauratori improvvisati e privilegiare chi affronta un impegnativo corso di studi. Spiega L. G., uno dei ricorrenti al Tar: «Lodevole proposito, quello del decreto. L'effetto collaterale però è che si crea un collo di bottiglia, la prova una tantum, ed enormi sacche di precariato». Precariato, già: nelle more dell'esame i laureati non stanno con le mani in mano. A nero, spesso e (mal)volentieri, vanno a bottega, inquadrati con contratti a progetto magari come collaboratori al restauro (grado inferiore). Quando non si svolge opera presso privati - ad esempio ritocchi ad una antica cappella gentilizia - la gran parte dei lavori passa per il settore pubblico e quindi le Soprintendenze. Enti, questi ultimi, che in punta di diritto potrebbero liquidare con un categorico «non si può» anche ditte di restauro impegnate da anni su basiliche e palazzi antichi. Il motivo è sempre lo stesso: senza «permessi» (cioè qualifica formale) niente appalto. All'estero la situazione cambia: con lo stesso diploma di laurea italiano in Belle Arti, si viene riconosciuti restauratori. Così in Germania, Spagna, Svizzera e diverse altre nazioni di area Ue. La battaglia per far sentire le proprie ragioni è in corso, s'è detto, da settembre scorso. Diversi sono stati i sit-in e le manifestazioni a Napoli organizzati, con il sostegno della Cgil Campania, dalla rete informale di aspiranti restauratori. Tra queste l'«incatenamento» (con volantinaggio) ai cancelli di palazzo Reale. SUGLI STUCCHI DEL SAN CARLO - Dunque, anche se non viene ex lege istituito un albo professionale, di fatto si insinua la medesima logica che blinda medici, architetti e avvocati. Senza un pezzo di carta che attesti la qualifica non si lavora. «Criterio che può andar bene per chi inizia a studiare adesso. Ma non per quelli che si sono già laureati e non immaginavano di doversi sottoporre ad un ulteriore "esame-concorso» afferma L. G.. E dire che molti giovani partenopei hanno, nel periodo pre e post-laurea, fatto palestra sugli stucchi, le dorature, i marmi del teatro San Carlo che si inaugura in questi giorni alla presenza del presidente Napolitano; sul piperno della guglia di San Domenico Maggiore; sulle sete e le tele antiche del Gambrinus o agli stage con il professor Di Bella nelle stazioni dell'arte del metrò cittadino. Chi non aspetta che il vento (la legge) cambi, opera ogni giorno da precario. Suda su pietre, bronzi e affreschi. Com'è tornato a splendere l'obelisco in piazza San Domenico? Niente, ci hanno messo mano i fantasmi
NAPOLI - Il mistero dei restauratori fantasma
A Napoli, un gruppo di giovani laureati in Belle Arti e restauro hanno ricevuto un decreto del ministero dei Beni culturali che li esclude dal titolo di restauratori. Il decreto richiede che i restauratori superino un concorso e una prova di idoneità, rendendo illegittimo il titolo di restauratore ottenuto solo con la laurea. I giovani hanno presentato ricorso al Tar Lazio e il ministero ha congelato la data del concorso. La questione è stata portata alla corte costituzionale. I laureati sostengono che il decreto è un paradosso, poiché esclude coloro che hanno già completato gli studi e non gli studenti che stanno iniziando a studiare.
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