Roma si è attrezzata alla grande per diventare una città aperta allarte contemporanea, una metropoli allaltezza di New York, Parigi, Londra, capace di ospitare mostre eccellenti in spazi studiati proprio per la nuova sensibilità: in primavera avremo lo sbalorditivo Maxxi e il rinnovato Macro aperti alla creatività del nostro secolo, che ha una innata vocazione alla smisuratezza, alla caotica contaminazione delle forme, al gigantismo. Ormai le opere ci sovrastano, ci rimpiccioliscono, ci confondono. Guardiamo e ci sentiamo quasi inadeguati di fronte allo strapotere dellimmaginazione. Forse proprio per questo amo tanto il più piccolo e romano tra i musei della città, quel palazzetto dentro Villa Torlonia dedicato esclusivamente alla Scuola Romana, che da alcuni anni, zitto zitto, sta riproponendo con amore e serietà gli artisti degli anni Trenta e Quaranta. Entriamo e ci sentiamo a casa. Ho ammirato le bellissime retrospettive di Mafai e Raphael, di Scipione e Pasquarosa, e ora quella di Marino Mazzacurati, artista forse meno originale degli altri, più eclettico, a volte più incerto, ma di sicuro vicino alla nostra capacità di vedere, capire, emozionarci. Io non mi perdo mai una mostra, mi piace entrare nella Villa, passeggiare tra gli alberi, guardare la magniloquente residenza del Duce e ricordare la dolorosa storia del nostro paese, mi piace ritrovare quegli artisti che sono lespressione più genuina e ispirata del Novecento romano. Sono tele piccole, ritratti, nature morte, visioni di strade e piazze, di interni modesti eppure poetici. È un altro mondo rispetto a quello dellarte contemporanea, altri erano i soldi, pochissimi, altra linclinazione alla bellezza. Erano artisti lontani dai mercati internazionali, dalle facili provocazioni, dalleclatanza e dai riflettori: erano solo pittori, e questo basta e avanza.