Poco più di un mese fa apparvero sui nostri giornali due pagine di pubblicità del Ministero per i Beni e le Attività Culturali con un titolo di grande richiamo: Arte al Siiti: una formula di sviluppo contemporaneo. La pubblicità era relativa a Sensi contemporanei: «il nuovo circuito del Sud d'Italia per l'arte contemporanea», che comincia con «sette nuovi progetti regionali per esposiioni, eventi e formazione» dagli Abruzzi alla Sicilia. Vi collaborano il predetto Ministero, quello per l'Economia e la Biennale di Venezia, con l'intento di sperimentare «un'interpretazio-ne della cultura contemporanea come potenziale fattore di sviluppo socio-economico di vaste aree del territorio». Lascio stare questa dichiarazione, diventata una giaculatoria buona per ogni occasione. Ancor più tralascio le scelte dei curatori delle mostre. Vorrei, però, chiedere che cosa significhi che per la mostra Clandestini si dica che le opere per essa selezionate «sono dichiarazioni artistiche personali che contemporaneamente rispecchiano la condizione umana»; o che per la mostra Sistemi individuali si dica che gli artisti in essa presentati «costruiscono i propri sistemi individuali (i sistemi ordinati il cui concetto è parte essenziale della modernità), spesso rigidamente definiti, eppure unici e personali, per riflessioni che toccano i temi della modernità, della modernizza-zione. della sistematizzazione, ma anche del dissenso o della ricerca della libertà». Questo linguaggio trito, del tutto generico e approssimativo, è stato ed è, a mio avviso, un forte ostacolo al rapporto tra l'arte contemporanea e il pubblico che ne è destinatario elettivo. Qui vogliamo, comunque, solo rallegrarci dell'idea di portare al Sud un po' del materiale della Biennale (230 opere di 153 artisti) e di accompagnare questo giro con varie manifestazioni, fra cui «un concorso dedicato ai giovani artisti sul tema "il linguaggio dei luoghi"», e col sostegno di «progetti di valorizzazione di edifici e di siti di particolare rilevanza». Vogliamo pure rallegrarci che il programma sia stato varato coinvolgendo i due Ministeri che si sono detti, la Biennale e le Regioni meridionali, anche per offrire a queste ultime «un protocollo di procedure e di programmazione a garanzia dell'efficienza, della trasparenza e della qualità degli interventi» e per monitorarne e valutarne gli effetti: così, infatti, si sperimentano insieme l'eco degli eventi e l'uso dei procedimenti amministrativi. Ottimo è poi che «oltre il 40» dei fondi disponibili (5 milioni di euro) sia destinato «agli interventi di riqualificazione di siti da dedicare al contemporaneo». Meno persuasivi ci appaiono altri aspetti. L'accenno «all'istituzione di nuovi itinerari turistici» di interesse culturale mi sembra, ad esempio, limitato qui sulla scala regionale, mentre l'importanza di tali itinerari è di scaia ben maggiore. Da troppo tempo non si affronta più il problema degli itinerari turistico-culturali. Non varrebbe la pena di riprendere organicamente questo discorso, anziché trattarlo come un sottoprodotto di altri pro-grammi? È un vezzo poi quello di credere che l'arte contemporanea sia sconosciuta o ostica al Sud. Non è così, e non solo perché varii artisti contemporanei di rilievo internazionale lavorano nel Sud. ma anche perché vi sono state e sono nel Sud gallerie e personalità di prim'ordine in questo campo; né sì può dire affatto che tutto il provincialismo italico su questo terreno sia concentrato nel Sud. In questi giorni si è molto parlato a Napoli del decennale della precoce scomparsa di Lucio Amelio. Ebbene, Amelio è stato un esempio splendido del rapporto non recente del Sud con l'arte contemporanea, anche se i frutti sono stati limitati da sordità o irragionevoli avversioni. Nessuna partenza da zero, dunque. Dove il Sud è più scoperto è, invece, sul terreno istituzionale. Mentre il contemporaneo non manca affatto in case e collezioni private, sul piano museale e pubblico non si esagera dicendo che la dotazione meridionale di arte contemporanea è scarsissima, tranne pochi casi isolati e nomi (con effetti talora desolanti) di esclusivo rilievo locale. Pensare a una improvvisa moltiplicazione di musei di arte contemporanea sarebbe più che ingenuo; ma qualche struttura di rilievo più che nazionale in tal senso non dovrebbe riuscire impossibile se si dedicano a ciò il tempo e le risorse necessari. Certo, occorre anche una forte spinta promozionale dal Sud stesso: donazioni, lasciti o ogni altra modalità possibile. Ma una spinta di questo genere si può determinare assai meglio, se si vede qualcosa di seriamente avviato in materia. E questo riporta poi al discorso annoso, e che oggi si sente fare molto meno di una volta, sul rapporto fra pubblico e privato nel settore dei beni culturali; e viene quindi il desiderio di chiedersi se su questo problema sia stato detto e fatto tutto quel che da parte pubblica (legislazione, amministrazione, fiscalità) si poteva fare, e specialmente non tanto per le persone giuridiclie quanto per le persone fisiche.