Scoperti nel 1823 e trasportati nel capoluogo siciliano, i rilievi che ornavano i templi vennero arbitrariamente selezionati: quelli intatti e leggibili furono esposti al pubblico, gli altri rinchiusi in armadi. Fino a dimenticarsene Selinunte, primavera del 1823. Due giovani architetti della Royal Academy of Arts di Londra, Samuel Angeli e William Harris, sono al lavoro per rilevare le rovine del tempio «F», uno degli edifici monumentali della collina orientale, polo cultuale extraurbano della colonia greca. All'inizio del diciannovesimo secolo Selinunte è ormai luogo deserto, meta occasionale di visitatori del Grand Tour e residenza temporanea di pastori e contadini. Due terremoti, in età post classica e medievale, hanno atterrato i grandi templi che un tempo dominavano lo "skyline" della città, e le cui rovine ora giacciono al suolo coperte da dune di sabbia e da vegetazione. Proprio questo strato impedisce ora ai due architetti di rilevare il crepidoma del tempio «F», e per questa ragione i due assoldano un gruppo di operai e intraprendono uno scavo cominciando dalla gradinata orientale. Proprio qui, inattesa, giunge la scoperta: su quei gradini giacciono i resti del fregio dorico del tempio, caduto con movimento regolare versò est. mantenendo intatta la sequenza di triglifi e metope. E le metope di questo lato dell'edificio risultano scolpite, come dimostra subito un rilievo conservato per metà che rappresenta una scena di combattimento. Ciò che resta delle altre metope sono circa 230 frammenti, che i due architetti recuperano con cura minuziosa, annotando su ciascuno di essi con un numero a matita la meto-pa di provenienza. Le voci sulla scoperta circolano, e raggiungono il sindaco di Castelvetrano, addetto alla funzione di ispettore di polizia. Se il rilievo delle rovine da parte dei due architetti è permesso, non lo è lo scavo, contrario alla legislazione di tutela dell'epoca: perciò il sindaco si reca a Selinunte e intima ai due scavatori di sospendere i lavori. Richiesta vana: tale è l'entusiasmo per la scoperta, che Angeli e Harris decidono di proseguire le ricerche, spostando la propria attenzione sull'Acropoli e il tempio «C». E qui di nuovo una scoperta eccezionale, e ancora sulla gradinata est: si recupera il fregio in posizione di caduta, con le metope scolpite ora ridotte in frammenti circa duecento , dai quali è però possibile ricostruire i rilievi che oggi si ammirano al Museo Archeologico Regionale di Palermo «Antonino Sali-nas»: Apollo sul carro, Perseo e Medusa, Eracle e i Cercopi. Scoperta straordinaria per gli studi di scultura greca: all'epoca le metope del tempio «C» rappresentano uno dei più antichi monumenti noti. Ma anche scoperta intollerabile per gli organismi preposti alla tutela del patrimonio archeologico, che non possono consentire la prosecuzione di uno scavo illegale, e a quanto si dice il tentativo di trasportare le sculture al Bri-tish Museum. Il 16 maggio 1823 il sindaco di Castelvetrano ferma a Semiunte i lavori dei due architetti inglesi, e i materiali di scultura, già caricati su dei carretti per il trasporto a Mazara, e di lì a Londra, vengono sequestrati dal Governo borbonico. In pochi giorni le metope e i relativi frammenti sono trasportati al Museo della Regia Università degli Studi di Palermo, inaugurando la collezione archeologica che porterà, col tempo, all'attuale Museo «Salinas». Per diversi decenni le sculture di Selinunte sono custodite con grande cura: su alti gradini i rilievi in buono stato di conservazione, e in appositi armadi i frammenti, ordinati per fregio. Quelli delle metope «C» ed «F», scoperti da Angeli e Harris, e quelli delle metope «E», scavati pochi anni dopo dalla Commissióne di antichità e belle atti. Anno 1866: dopo l'Unità d'Italia, e la requisizione da parte dello Stato del patrimonio ecclesiastico, si rende disponibile una nuova sede per il museo, l'ex Oratorio dei padri Filippini all'Oli velia, attuale sede del Museo «Salinas». I materiali vengono trasportati in pochi mesi nella nuova destinazione, ma in questa occasione succede l'irreparabile (o quasi): i frammenti delle metope, fino ad allora ordinati per fregio, e ancora inediti, vengono tolti dai relativi armadi e mischiati tra loro. Peggio: si decide di sistemarli secondo un criterio estetico, non contestuale: i frammenti meglio leggibili esposti insieme alle metope nella nuova Sala di Selinunte; i frammenti in stato di conservazione "non buono" disposti in un magazzino minore; i frammenti "minori" gettati alla rinfusa in uno sgabuzzino. Pochi anni dopo, grazie a una nuova stagione di esplorazioni ar-cheologiche in Grecia, si raffina il metodo di studio e pubblicazione della scultura arcaica e classica, specie architettonica. Ma proprio ora, quando finalmente si comprende che per la conoscenza scientifica di un monumento un frammento può valere quanto un rilievo intero, i frammenti delle metope di Selinunte non sono più sotto gli occhi degli specialisti che si dedicano al loro studio. E così via per più di un secolo, durante il quale si perde memoria del fatto che al momento della scoperta non vennero recuperate solo le metope e i pochi bei pezzi che si ammirano nella Sala di Selinunte, ma una legione intera di frammenti. Una perdita di memoria che genera mostri: nel 1983 si pubblicano più di un centinaio di frammenti quelli scartati perché in stato di conservazione "non buono" , senza rendersi conto che si tratta dei frammenti delle tanto famose metope (fatto curioso, la pubblicazione è dedicata alla scultura in pietra di Selinunte). Negli ultimi anni la direzione del Museo «Salinas» si è sobbarcata dell'immane lavoro di risistemazione dei magazzini: contenitori sotterranei di quasi due secoli di ricerca archeologica in Sicilia e di decine di migliaia di opere d'arte e manufatti accumulati in generazioni di scavi. Opera altamente meritoria ai fini della conservazione e tutela del patrimonio culturale della Sicilia antica. Ma anche opera fondamentale ai fini della ricerca scientifica, che mette finalmente a disposizione degli studiosi un patrimonio vasto, quanto inesplorato, trasformando il Museo «Salinas» in un laboratorio di ricerca d'eccezione. Proprio quest'opera di risistemazione ha consentito di impostare nella giusta direzione la ricerca dei frammenti dimenticati, dei quali si era per fortuna conservata traccia nella documentazione d'archivio. DODO Quindici anni di ricerca, chi scrive è stato finalmente in grado di identificare, nel luglio 2003, gran parte di questi frammenti mancanti all'appello. Oltre duecento, che sommati anzi assai spesso tìsicamente ricongiunti agli altri già editi come adespoti, aumentano significativamente la nostra conoscenza di quella che fu un tempo la decorazione figurata dei templi selinuntini. Dozzine di frammenti delle metope del tempio di Era («E»), compreso un frammento del rilievo rappresentante la caccia del cinghiale calidonio a opera di Atalanta e Meleagro, con la zampa dell'animale e il piede di uno dei cacciatori. Dozzine e dozzine di frammenti delle metope «C», che consentono di avere un'idea generale dell'articolazione originaria del fregio, composto da dieci metope; e che permettono di restituire nuovi rilievi, quale una seconda quadriga, originariamente collocata nell'intercolumnio centrale in coppia con quella di Apollo. Infine, circa duecento frammenti delle metope «F», che restituiscono la composizione originaria dell'intero fregio: dieci metope col tema della guerra tra gli dèi e i giganti; e che permettono di identificare Dioniso, Alena, Eracle e Poseidone. Delle nuove scoperte, questa relativa alle metope «F» è certamente la più significativa, perché d'un tratto aumenta in maniera esponenziale l'informazione su di un monumento che fino a ieri era solo un fantasma. Ma che ora riemerge quale uno dei capolavori della scultura di età tardo arcaica in Occidente. La portata di questa scoperta va ben oltre, comunque, la possibilità di ricostruire la composizione originaria dei fregi, stabilire la cronologia assoluta delle sculture, o apprezzarne appieno il significato storico artistico. Ad esempio: i nuovi frammenti, mai sottoposti a opere di restauro, conservano tracce cospicue della policromia originaria, aprendo nuove prospettive per lo studio dì un aspetto cruciale della scultura greca. Questi, alcuni dei tesori che i magazzini di un museo possono ancora celare: tesori per la scienza e, quanto prima, per il vasto pubblico. Tesori, beninteso, cjhe i magazzini celano, ma rivelano non appena si trasformano, da depositi, in labora-lori di ricerca. Non sembra essere questa, oggi, un'idea condivisa da tutti. Dato che alcuni propongono di trasformare questi magazzini non in laboratori, ma in bazar, con articoli "superflui" da vendere come mercé di esportazione. Che sarebbe accaduto delle metope di Selinunte se fosse v3lso questo ragionamento?1 Al tempo in cui se ne pubblicavano dozzine di frammenti senza accorgersi della loro identità originaria, si sarebbero forse vendute decine di piedi, o mani, pezzi di pietra tutti uguali, al migliore offerente? Con ciò, non solo sarebbe andata perduta per sempre la possibilità di valorizzare pienamente capolavori della scultura greca in Italia, ma la cultura della tutela in Italia avrebbe fatto un deciso salto all'indietro rispetto al 1823.