Dirigerà il Padiglione Italia e vigilerà sugli acquisti del Maxxi L'annuncio ufficiale che Vittorio Sgarbi è il nuovo curatore del Padiglione Italia per la Biennale d'Arte di Venezia dei 2011 l'ha dato il Ministro Bondi durante la presentazione che si è svolta a Roma del libro del critico ferrarese L'Italia delle meraviglie (edito da Bompiani). Allora Sgarbi, felice per questa nomina? Mi lusinga che me l'abbiano proposta. Ma se c'è un posto al quale avrei tenuto è quello di Direttore dell'Istituto del Restauro. Lei ci sorprende. Le hanno appena dato un incarico prestigioso e già pensa ad altro? Era solo una scala di desideri. Quello che mi hanno offerto e che ho accettato con entusiasmo rientra pienamente nelle mie competenze. Le hanno dato anche l'incarico di fare acquisti per conto dello Stato di opere d'arte moderna e contemporanea. E' un incarico finalizzato al Maxxi. Del resto, quando ero al governo, tra le tante opere, non ho comprato un Gilbert George ma un Paolo Uccello. Voglio dire che sugli acquisti occorre evitare la pressione di un mercato univoco e modaiolo. Molti tra curatori, critici e storici l'aspetteranno al varco. Se è per questo vedo che hanno già cominciato a spararmi contro. Il Padiglione Italia può diventare il suo inferno. Ne è consapevole? Per me è innanzitutto una suggestione che mi rimanda al lavoro che Luigi Carluccio fece nel 1980, quando mise al centro della Biennale Balthus. Le diranno: ecco il solito Sgarbi, passatista, tradizionale, innamorato del figurativo. Mi scelgono per la mia storia, non per il mio coraggio. E la sua storia dice che molte Biennali del passato non le sono piaciute. La migliore descrizione di che cosa sono state perlopiù le Biennali del passato ce l'ha fornita Alberto Sordi con Le vacanze intelligenti del 1978. Ecco la Biennale, nella percezione di molti, fu in passato qualcosa di caricaturale. Ma anche di provocatorio e comunque in grado di innovare i linguaggi dell'arte. Erano Biennali che sostenevano che la realtà imita l'arte. A volte visitandole avevo l'impressione di stare non a Venezia ma a Cinecittà. L'accusano di non capire o di disinteressarsi dell'arte contemporanea. Come reagisce? E' un'affermazione smentita da una straordinaria quantità di saggi che ho scritto su artisti contemporanei. Evidentemente artisti sbagliati o inespressivi, secondo il metro dei miei detrattori. Certo non mi sono occupato di Merz, Kounellis, Pistoletto. E allora? Allora è guerra su tutto il fronte? Preferisco l'armistizio. Anche se ci sono critici e artisti che pensano che la contemporaneità sia soprattutto una questione ideologica e non un'esperienza temporale. Però è un fatto che lei si occupa, o nasce perlomeno, come storico dell'arte antica. Conosco l'arte antica e quella moderna. Ma i miei detrattori spesso non conoscono né l'una né l'altra. Frequentano solo gli artisti. Loro controbattono che lei si occupa solo di pittura antica. L'arte è sempre contemporanea. Piero della Francesca e Seurat in un certo senso sono la stessa cosa. Quando il mio maestro Arcangeli accostava Piero e Mondrian pensava l'antico in chiave contemporanea. Lo stesso se si accosta Wiligelmo a Pollock: nell'intrico del romanico del primo si annuncia il caos del secondo. Bill Viola gioca continuamente quando cita deposizioni michelangiolesche o i dipinti di Pontormo. Ma se dovesse oggi tirare fuori l'idea portante del Padiglione, cosa direbbe? Metterei al centro il Cristo morto di Mantegna. E' un'opera straordinariamente contemporanea. Sarebbe soprattutto una provocazione. Duchamp fu il primo provocatore quando fece la Gioconda con i baffi. Chi ha detto che un contemporaneo non debba guardare indietro? Ma a parte Mantegna, il suo programma cosa prevederebbe? Chiederei un sostegno soprattutto agli scrittori e letterati che per vie tutte loro hanno scoperto pittori che io reputo straordinari. A chi pensa? A Enrico d'Assia che Roberto Calasso ha messo su alcune copertine dei libri Adelphi, a Luigi Serafini che fu scoperto da Franco Maria Ricci, a Fabrizio Clerici valorizzato da Sciascia. Immagino un padiglione italiano che esalti il rapporto tra pittura e letteratura. L'arte italiana è presidiata da critici che non sanno scrivere e che hanno un occhio rivolto quasi esclusivamente al mercato. Le obietteranno: è la prova che Sgarbi non si occupa di arte contemporanea. Ho scritto libri su Mattioli, Guarienti, Guccione, Ferroni, Clerici, Sughi. Sono i primi nomi che mi vengono in mente. Trovo interessantissimo un pittore come Lino Frongia. Non sono artisti della nostra contemporaneità? Ma Cattelan, se dovesse porsi la scelta, lo imbarca o no? Certo. Cattelan del resto ha fatto cose intelligenti quando è passato dal puro idealismo a quelle belle sculture in marmo di Carrara che sono comunque un presidio del tempo. Niente aut aut? «Preferisco l'et et. Cioè il tentativo di provare a dire: guardiamo la contemporaneità dentro un orizzonte più ampio, in cui ci siano Andy Warhol e Antonio Lopez Garcia. E forse Damien Hirst. Lo pronuncia con un certo sforzo. C'è una obbligatorietà di nomi che è imposta dal sistema di mercato dominante. Sa cosa vorrei fare? Un catalogo di tutti gli artisti italiani e viventi esclusi da me o dagli altri. Vorrei uccidere l'esclusione. Vorrei legittimare l'esistente.
Sgarbi alla Biennale: Ci porterò Mantegna
Vittorio Sgarbi è stato nominato curatore del Padiglione Italia per la Biennale d'Arte di Venezia del 2011. Sgarbi ha espresso la sua gratitudine per la nomina e ha affermato di essere felice di lavorare al Maxxi. Ha anche espresso la sua intenzione di evitare la pressione del mercato univoco e di scegliere opere d'arte moderne e contemporanee. Sgarbi ha anche affermato di essere un storico dell'arte antica e moderna e di conoscerne le due discipline. Ha anche espresso la sua intenzione di mettere al centro il Cristo morto di Mantegna nel Padiglione e di esaltare il rapporto tra pittura e letteratura.
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