Da caravaggio a van gogh leterno fascino della natura morta Tra passione botanica e forza simbolica, in rassegna i quadri dei grandi maestri Lesposizione raccoglie i dipinti di molti autori italiani allargando lo sguardo allEuropa: un percorso che va dal Seicento al genio olandese forlì Nella Pinacoteca civica di Forlì è conservato un dipinto, Fiori in una fiasca impagliata, la cui attribuzione da tre secoli costituisce un enigma. Gigli, iris e fresie di diversi colori sono infilati nel collo sbreccato della fiasca, lungo la quale limpagliatura, sciolta dal vetro, scende in volute: non è lopera di uno specialista di nature morte e di fiori in particolare, su questo gli storici sono concordi. Si è fatta lipotesi, ma è rimasta tale, che la Fiasca fiorita nascesse dalla mano di Guido Cagnacci (1601-1681), comunque in ambito caravaggesco e da un autore dedito alla più nobilitante rappresentazione della figura umana, alla pittura sacra e di storia. «Un quadro buono di fiori», giudicava Caravaggio nel 1603, esige «altrettanta manifattura di un quadro di figure». Dalle suggestioni e gli interrogativi sollevati dalla disputa attributiva, prende forma la mostra che si inaugura sabato 23 gennaio ai Musei di San Domenico, lantico complesso monastico che ospita le raccolte civiche di Forlì. Sintitola, in tutta semplicità, «Fiori», e ne indaga la presenza nella pittura dal Seicento a fine Ottocento alla luce del valore e del significato che il tema assume agli occhi di artisti non di genere. Dal Maestro di Hartford (in mostra con una Natura morta di collezione privata) e fino a Vincent Van Gogh (sono esposti il Vaso con astri, salvia e fiori, 1886, dal Gemeentemuseum dellAia e il Vaso di fiori della Collezione Mahmoud Khalil del Cairo) e a Odilon Redon, ma interrompendosi alla comparsa delle avanguardie storiche, la mostra riunisce un centinaio di opere di pittori che hanno scorto nei fiori un motivo di ricerca naturalistica, una sfida formale o ancora lo strumento di sofisticati simbolismi. Non un tema di convenzione, dunque, ma un soggetto cui avvicinarsi, talvolta, con spirito persino sconcertante. Ne è lemblema il dipinto di Hayez, Un vaso di fiori sulla finestra di un harem, giunto da Brera: della figura umana lartista non mostra che le mani che cingono il vaso sul davanzale, e nel restituire la forma e i cromatismi dei fiori intenzionalmente recupera precedenti secenteschi. E altrettanto eccentrico appare il Braccio con vaso di fiori di Giovanni Boldini (1910). Risalendo verso la modernità da un ambito di pittura italiana - Cagnacci, Guercino, Strozzi, Dolci, Cignani, ma vi sono anche il Ritratto di Lady Jane Goodwill e Le quattro età delluomo di Van Dyck e un Brueghel - «Fiori» allarga man mano lo sguardo allorizzonte europeo - a Delacroix e Courbet, Fantin-Latour, Leighton, Alma Tadema, Gauguin e Monet - offrendo al visitatore «loccasione straordinaria di ammirare quadri di qualità strepitosa», come sottolinea Daniele Benati, uno dei tre curatori della mostra con Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti e la supervisione di un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci. «Perché per adornare gli altari della divinità - si interrogava Eugène Delacroix a metà Ottocento - si cercherebbero gli inutili fiori? Perché il bello ci porta a unesistenza immortale e divina il cui ricordo e rispetto convivono in noi». Ottenuti in prestito da musei italiani e stranieri nonché collezioni private, i dipinti rimarranno esposti fino al 20 giugno, tutti i giorni tranne il lunedì.