IL GIORNO DEL GIUDIZIO Per quale oscura ragione un evento assolutamente straordinario come la presentazione di uno dei rari monumenti della pittura antica, gli affreschi della Tomba Francois, da tempo immemorabile inaccessibili, debba essere mortificata in un allestimento mostruoso, non è dato capire. Nel cortile del Museo Nazionale di Vulci, luogo di perfetta armonia tra civiltà e natura, un architetto ha confezionato una orrida scatola nera, sproporzionata e inutilmente espansiva, per rimontare, dopo un provvido restauro, gli affreschi che erano stati tenuti in deposito dagli attuali proprietari, i principi Torlonia. A produrre questi orrori sono le stesse soprintendenze che dovrebbero impedirli e che, invece, sembrano non vedere gli ambienti monumentali in cui si muovono, elaborando interventi ritenuti «neutri» di supponente alta tecnologia. L'emozione di rivedere, dopo un primo, non dimenticato incontro in un ambiente di Villa Albani, gli affreschi nella sequenza originale, supera il fastidio di dovere entrare nella brutta scatola. Il rito è quello di tempi barbari, con gruppi di dieci accompagnati da una guida virtuosa e preparata che racconta le storie di Celio Vibenna e di Marco Camitlnas. Non più sul muro da cui furono staccati ma ormai su tela, gli affreschi, nella nuova predisposta infermeria, con l'aria condizionata, non corrono alcun rischio, ma il numero chiuso crea suggestioni sulla loro natura di grandi malati bisognosi di cure. Ciò che essi hanno perduto non è lo smagliante colore originale ma l'aura del luogo dal quale provengono. Nel centro del cortile del Museo Nazionale la scatola deturpa, come una terribile testimonianza di barbarie, in nome di ineluttabili necessità di tutela, del tutto arbitrarie. Nulla giustifica l'invasione di quello spazio. E la ricostruzione, pur diligente, mortifica gli affreschi fino a farli sembrare riproduzioni. Quando poi, dalla sede della mostra, si va a visitare il sito originale della tomba, in una vasta necropoli poco oltre località Colummella, si ritrova l'aura perduta, anche sulle pareti spoglie degli affreschi e su cui rimangono soltanto tracce della decorazione architettonica. L'emozione è quasi inalterata nonostante l'assenza delle pitture. E mentre si percorrono i vani, uno dei quali ancora totalmente affrescato con motivi geometrici, si avverte quanto incomparabilmente inadeguata è la ricomposizione nel posticcio ambiente ricostruito. Ma è possibile che quello che scenografi, rispetto al mondo antico, o lo stesso falsario Omero, nelle sue ricostruzioni di tombe a Tarquinia, hanno mostrato di saper fare non sia possibile ripeterlo con un sapiente ripristino delle condizioni naturali, per intanto impedendo altri danni? È possibile che il brutto debba affermarsi anche quando si vuol far conoscere una cosa bella?