Poco tempo fa, un ampio tratto delle Mura Aureliane si sgretolò in una nuvola di polvere. Sic transit gloria mundi, molti avranno pensato. Eppure, fatta salva ogni considerazione emblematica, a scomparire non era solo un frammento di antichità romana, bensì una parte del nostro legame con il passato, e dunque un elemento della nostra stessa fisionomia. Quella ferita non è ancora cicatrizzata, e resta lì, ancora aperta, a testimoniare come eventi del genere continuino purtroppo ad essere sottovalutati. Che mezza Italia, poi, vada facendo la stessa fine con o senza scosse sismiche (dalle torri di Pavia alle Mura di Viterbo, giù giù fino alle cupole di Noto), non suona di conforto. Anche se crolli del genere non hanno fortunatamente registrato vittime, la loro gravità consiste nell'intaccare il nesso tra la nostra vita e la sua tradizione materiale, il nodo tra esperienza umana e rappresentazione culturale. Da due giorni Castel S. Angelo è chiuso al pubblico a causa della caduta di malta e mattoni nella zona della biglietteria. La situazione, però, è molto diversa da quella finora illustrata. Infatti, a differenza dei manufatti e degli edifici menzionati, l'antico Mausoleo di Adriano, con oltre tre milioni e mezzo di euro ricavati ogni anno dai suoi visitatori, risulta fra i siti più amati e redditizi d'Italia. Il problema, in questo caso, è diverso, e risiede nel fatto che, una volta incassato, questo denaro torna soltanto in minima parte a vantaggio di ciò che lo ha prodotto. La fonte del profitto, insomma, risulta paradossalmente esclusa dalla possibilità di trarne beneficio. Si spiega così, ovvero con una cronica mancanza di fondi, l'insorgere di problemi dovuti alla scarsa o insufficiente manutenzione. Eppure, c'è da chiedersi, se anche un monumento tanto valorizzato e produttivo resta colpevolmente trascurato, cosa sarà del resto del nostro patrimonio, meno appetibile al flusso economico indotto dal turismo? «L'affaire» Castel S. Angelo riporta alla ribalta la questione delle priorità nella gestione dei beni culturali, e più in generale delle ricchezze (paesaggistiche oltre che archeologiche e architettoniche) del Belpaese. Non per niente, sulla stessa pagina del «Corriere della Sera» di ieri, comparivano due denunce differenti ma profondamente affini, una sul degrado della villa romana a Piazza Armerina, l'altra sulla distruzione di una spiaggia all'Isola d'Elba. Altro che cartolarizzazione e vendita delle propietà statali: la nostra funzione dovrebbe essere quella di tutelare l'esistente. Come ha spiegato Salvatore Settis nel saggio Italia Spa (Einaudi), il «modello Italia» si basa su tre caratteristiche: la concezione del patrimonio culturale come un insieme organico legato al territorio che lo ha generato; l'idea che esso sia una componente irrinunciabile della società civile; la convinzione della sua centralità nella gestione dello Stato. Forse ce n'è una quarta, da non dimenticare: che tale patrimonio sopravviva.
IL BENE NECESSARIO - Gestione e risorse culturali
Un tratto delle Mura Aureliane si è sgretolato a Castel S. Angelo, un sito archeologico molto visitato. La caduta non è stata registrata come morte, ma come un evento che intacca il legame tra la vita umana e la tradizione culturale. Un altro esempio di degrado è la villa romana a Piazza Armerina, che è stata oggetto di una denuncia. La distruzione di una spiaggia all'Isola d'Elba è stata un'altra denuncia. Questi eventi sollevano la questione delle priorità nella gestione dei beni culturali e delle ricchezze del paese. Il modello Italia si basa sulla tutela del patrimonio culturale, sulla sua centralità nella gestione dello Stato e sulla sua sopravvivenza.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo