Passati i giorni necessari a elaborare il lutto, è il caso ormai di elevare il «De profundis» per il Museo archeologico di Bari? Tutti gli indizi suggerirebbero le esequie, nonostante gli evidenti mugugni e stupori sollevatisi in questi giorni e che troveranno accoglienza - oltre che sul nostro giornale - anche in un convegno che si svolgerà a Bari il 9 febbraio prossimo, per impulso di Luigi Todisco, archeologo dell'Università. Noi cittadini di Terra di Bari vorremmo ancora illuderci che la politica (in specie la Provincia, proprietaria della collezione) e gli enti culturali vogliano rimboccarsi le maniche, non rassegnarsi a dissipare un patrimonio solo per rifiutare il progetto messo a punto da avversari politici, e si convincano che quei reperti non sono anticaglia. Vorremmo illuderci. Ma di fronte alle dichiarazioni espresse il 18 dicembre dall'assessore provinciale alla Cultura, Nuccio Altieri, e a quelle più inquietanti del direttore generale ai Beni culturali Ruggero Martines, c'è poco da aver fiducia. A sorprenderci è il ruolo giocato da Martines in questo «intrigo»: la sua funzione dovrebbe essere di dirigere, non di assumere su di sé gli incarichi di vario genere (tanto meno di un restauro di immobili). È come se un direttore del traffico scendesse dal suo piedistallo e si assumesse il compito di spostare lui le auto e di posteggiarle a suo piacimento. Ho scritto più volte che la vicenda del Museo archeologico assomigliava a un delitto all'Agatha Christie: tanti killer hanno inferto la loro pugnalata per mettere in agonia una collezione prestigiosa. Colpevole fu la Soprintendenza archeologica che si mostrò alquanto inetta nell'ammodernamento della sede storica del museo (al primo piano dell'Ateneo); colpevole la stessa Provincia che velleitariamente volle stipulare un «contratto di comodato reciproco» firmato nel 2001 per far valere il suo titolo di proprietà; colpevole l'Università, che con l'accordo si annetteva il piano nobile con il «salone degli affreschi», dipinto appositamente per la collezione archeologica, e cedeva lo stabile di Santa Scolastica, tutto da rivedere per una possibile musealizzazione; colpevoli anche gli intelletuali di Terra di Bari che fino al 2007 si mostrarono alquanto silenti. Tuttavia il concorso avviato dall'ex presidente della Provincia, Enzo Divella, pareva aver dato una svolta. E in maniera davvero moderna: indicendo un concorso internazionale, cui parteciparono bei nomi (anche Gae Aulenti: sembrava di stare a Parigi!). Vinse Mari con il suo «cannocchiale». Non vinse Gae Aulenti e nemmeno gli altri. Ma il ministero ha bocciato il progetto Mari: eppure l'ideazione archeologica era affidata a Paolo Matthiae, non uno qualunque... (Davvero ignavo suonò il ripudio di Restucci, presidente della giuria tecnica, il quale prima ha votato Mari «all'unanimità» e il giorno dopo si affrettò a dichiarare ai giornali le sue perplessità...). Chi ha inferto quest'altra pugnalata? Cui prodest? Non certo a noi cittadini. L'unico che sembra avvantaggiarsi da questo scatafascio sembra proprio Martines cui è stato affidato l'incarico del restauro di Santa Scolastica. Bah. Permettete a noi, ora, di nutrire qualche perplessità. Quel che temiamo è comunque ben altro: ed è che la Provincia non abbia in realtà i mezzi neppure per organizzare un team di esperti che possa amministrare questo specifico patrimonio culturale (come d'altronde non ha ancora provveduto a nominare un dirigente per la Biblioteca «De Gemmis»). Quel che temiamo è la comoda arrendevolezza dell'amministrazione provinciale. Che dovrebbe domandarsi perché nulla si è più saputo sulla refurtiva del 2004, un centinaio di reperti, tra vasi figurati, gioielli, oggetti per la estetica femminile. (A che vale battere la grancassa per quei quattro cocci archeologici della «collezione Sisto», riportati dall'America, se poi i veri nostri tesori scompaiono sotto il nostro naso?) Quello che c'è da temere è ancora lo scerpamento della collezione. Come più volte detto da Emanuela Angiuli - che le vicende del museo ha seguito per la Provincia - una parte indicativa del Museo fu data in prestito dall'ex sovrintendente Giuseppe Andreassi ai canosini di Palazzo Sinisi (un soggetto privato), senza informare la Provincia: erano 150 pezzi che costituivano ciò che restava dell'Ipogeo Varrese («intero corredo acquistato da Gervasio», sottolinea l'Angiuli). Ne è nato un contenzioso con l'allora sindaco Ventola, che aveva promesso di restituirli. Ma ora, con la nascita della BAT, c'è il nutrito sospetto che quei pezzi non tornino più, perché ritenuti parte del 23 del patrimonio culturale della ex Provincia da consegnare alla nuova. Siamo nel paese dell'ìnvido accumulo, senza criterio. Il Museo archeologico della Provincia è da considerarsi collezione storica, indivisibile, perché sorta con un preciso gusto collezionistico. È come - se valesse il principio divisorio per quote - pensare anche a una ripartizione del Museo Jatta, secondo la provenienza dei reperti. Nemmeno i centurioni sotto la croce vollero dividersi la tunica di Cristo. Capirono che era inconsutile.
BARI - Per l'Archeologico tanti killer (quale mandante?)
Il Museo archeologico di Bari è stato oggetto di un'inchiesta e di una possibile esecuzione delle esequie. L'assessore provinciale alla Cultura, Nuccio Altieri, e il direttore generale ai Beni culturali, Ruggero Martines, hanno espresso dichiarazioni inquietanti. Il progetto di restauro del Museo è stato bocciato dal ministero, e il ruolo di Martines è stato criticato. La Provincia non sembra avere i mezzi per amministrare il patrimonio culturale, e ciò che teme la comoda arrendevolezza dell'amministrazione provinciale. La collezione del Museo è stata oggetto di prestiti a privati, e ci sono dubbi sulla restituzione dei reperti.
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