MARIO RESCA, classe 1945, nato a Ferrara e adottato da Milano ai tempi dell'università, la Bocconi. Un manager, con molti incarichi e un curriculum quarantennale - da Mc Donald's, di cui ha guidato per 12 anni la divisione italiana, al cda di Mondadori -, che ha sollevato più d'un sopracciglio quando Sandro Bondi, nel 2008, l'ha chiamato al Ministero per i Beni e le attività culturali nel ruolo tutto nuovo di direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale. Col 2010 è arrivata l'investitura a commissario straordinario incaricato di sbrogliare la pratica, inevasa da trent'anni, della Grande Brera. A che punto siamo col trasferimento dell'Accadema? «I metri quadrati a disposizione all'ex Caserma Macheroni sono diventati 12 mila. E' la soluzione migliore per il futuro dell'Accademia». Ossia? «Brera merita di sviluppare la sua capacità d'attrazione di talenti, e la domanda di giovani con alta professionalità nelle arti visive e nell'architettura sarà sempre più forte». Come conta di superare le resistenze degli studenti? «Serve uno sforzo di volontà e di senso pratico. Bisogna pensare in grande». E invece per l'ampiamento della Pinacoteca? «Il commissariamento consente proprio di bypassare le difficoltà burocratiche». Della Grande Brera si para dal '74. «Infatti sono sorpreso che proprio a Milano, città della capacità decisionale, nessuno sia riuscito a portarla a termine». Che questa sia la vota buona? «Mi adopererò». La sua prima vota a Brera? «Accompagnai mio figlio che era interessato all'Accademia, ma ci scoraggiammo: era il clima degli anni 70...». E adesso? «Vedo disorganizzazione, spazi sacrificati o in abbandono. Credo che possa diventare molto più importante. Penso anche a un pensionato per gli studenti». Lei è stato uno studente fuori sede «... e stavo nel pensionato. Vinsi una borsa di studio, all'insaputa dei miei genitori, che avrebbero preferito che studiassi a Bologna». Economia? «Certo, sono diplomato in Ragioneria e all'epoca era il solo sbocco possibile». Come mai? «In realtà ero portato per il disegno, i miei insegnanti mi spingevano verso una scuola d'arte, ma vengo da una famiglia umile, che voleva per me un lavoro sicuro». Il suo primo giorno a Milano. «Novembre '64, nebbiosissimo. Arrivai col trenino locale, con la classica valigia di cartone, pieno di sogni e speranze. La Bocconi era un'università esclusiva». E come si trovò? «Benissimo: mi laureai in quattro anni, fui tra i pochi a finire in corso. Nel frattempo lavoravo: davo ripetizioni, facevo fotografie, mi cimentai anche come giornalista economico per Espansione ». Già un bello spirito manageriale...«Spirito di sopravvivenza, direi». Adesso vive... «...tra Roma e Milano. Qui a Porta Venezia». Quartiere preferito? «Brera». Opera d'arte? «L'Ultima Cena di Leonardo. Purtroppo delicatissima e contingentata; mi auguro di poterla rendere più accessibile, con l'aiuto della tecnologia. In Italia abbiamo questo patrimonio disperso...» A proposito di patrimonio disperso, la Pinacoteca ha fatto scuola. «Quello che vediamo nei musei è la punta dell'iceberg. Abbiamo la responsabilità di tutelare questa ricchezza, ma anche di mostrarla in modo adeguato. E creare l'emozione è fondamentale». Lei si è definito «un esperto di aziende in crisi», L'arte italiana lo è? «Vent'anni fa eravamo i primi al mondo per il turismo d'arte, adesso siamo al quinto posto e tra poco scivoleremo al settimo». Però a Milano ci sono e code. Cosa sta funzionando? «Linguaggio adatto e orari nuovi. Ecco perché nel 2010 consolideremo le aperture serali e gratuite. Per troppo tempo i nostri musei sono rimasti luoghi per addetti ai lavori, non ce lo possiamo più permettere». Ma come si fa a trasformare Milano in città d'arte? «Creando un sistema al quale deve partecipare tutta la città. Cultura dell'accoglienza: alberghi, bar, ristoranti...». E invece nei weekend la città si svuota. «Non se lo può permettere. Quando si parla di far rendere la cultura, non si pensa certo al biglietto dei musei». Ma all'indotto. «Non solo: più gli stranieri ci conoscono, più si affezionano e comprano i nostri prodotti. Anche cibo, auto, design». C'è chi storce il naso perché non si intende d'arte... «... come non mi intendevo di pomodori quando sono stato commissario straordinario per Cirio, di elettrodomestici prima di gestire Kenwood, di casinò quando mi hanno chiamato a Campione. Cosa tiene tutto insieme? «Il fattore fondamentale è creare una squadra di persone che hanno le competenze, motivarle e far loro condividere gli obiettivi». Adesso le sono toccati i funzionari dei beni cuturali. «All'inizio ho incontrato un'enorme diffidenza, ma poi hanno capito che la priorità anche per me è tutelare il patrimonio. Ci sono troppi pezzi d'arte che viaggiano fuori dai nostri musei per mostre che non hanno senso scientifico». I dipendenti di Brera e del Cenacolo hanno scioperato a sorpresa contro la sua nomina. «Non mi conoscono. Mi dispiace per i visitatori che sono rimasti fuori, magari l'assemblea potevano farla al mattino presto, per non danneggiare quello che è anche il loro patrimonio. Più gente viene, più si creano posti di lavoro». Ce l'avevano col suo stipendio. Bondi dice 60 mila euro, la UIL due milioni e mezzo insomma, ci dice quanto prende? «Il mio stipendio è di 130 mila euro lordi, più 30 mila di variabile. Uguale a quello dei colleghi». Questo come direttore generale E per Brera? «Il ministro l'ha precisato: a fine corsa, quando l'ultima pietra della Grande Brera sarà sistemata, e vuol dire tra quattro o cinque anni, si potrà arrivare a 60 mila euro lordi, in tutto». Un contratto a progetto «Le assicuro che ricevo offerte più vantaggiose. Sono qui perché voglio restituire qualcosa al mio Paese. Se mi interessasse il compenso, non avrei accettato di lavorare per lo Stato. Anche perché non è proprio facile...».