Con un finanziamento di 7,5 milioni di euro, sostenuto dalla legge 8 novembre 2002, n. 264, dopo la fase concorsuale, è stato avviato dall'Italia ed è in pieno svolgimento uno dei più importanti progetti mondiali, denominato «Archeomar», per il censimento dei siti archeologici sommersi di alcune regioni meridionali italiane (Campania, Basilicata, Puglia e Calabria). Effettuato con le più moderne tecnologie e con una flottiglia consistente, fortemente voluto dal ministero per i beni e le attività culturali e curato da un'associazione temporanea di imprese, tra cui Comex, Nautilus (servizi per l'oceanografia e la gestione delle risorse ambientali di Vibo Valentia), Deltadator (sviluppo sistemi informativi territoriali), Cooperativa archeologia (ricerche ar-cheologiche e conservazione dei beni culturali), GeoLab (geofisica marina), Dario Silenzi srl (allestimento cantieri archeologici subacquei), Tesi (tecnologie subacquee, iperbariche e di archeologia subacquea) e Arena sub (prospezioni subacquee su bassi e alti fondali), il progetto si sta sviluppando in quattro fasi. La prima prevede il reperimento dei dati archeologici già in possesso di enti e istituzioni, la progettazione del sistema informativo territoriale, l'elaborazione e l'inserimento dei dati e la selezione delle aree da investigare. La seconda si articola nella predisposizione del programma di rilievo e nell'indagine sui siti archeologici, nelle campagne di rilievo e prospezione, nel controllo di qualità e analisi preliminare dei dati, per ottenere piani di navigazione, survey, rilievi, record e file dei sistemi batimetrici multi e singlebeam, side scan sonar, sub-bottoni profiler, dati di posizione Dgps, cartografia preliminare, rapporti di sopralluogo, scheda di ogni sito e rapporti giornalieri di campagna. La terza, di analisi vera e propria, si prefigge di interpretare i dati, elaborarli e formare il personale. Con l'ultima e quarta fase, il progetto raggiunge il suo obiettivo finale, che è quello di produrre documenti e supporti digitali, che si sostanziano in un atlante geografico e fotografico dei siti, in dépliant, poster, cd, sd-card da distribuire alle forze dell'ordine (per una mirata vigilanza delle aree interessate), nonché pubblicazioni scientifiche da presentare in occasione di eventi e convegni nazionali e internazionali. In poche parole, conoscere per tutelare meglio questo immenso patrimonio sottomarino, che è considerato in ambito internazionale dalla convenzione Unesco adottata a Parigi nel 2001, che rappresenta una pietra miliare per il mondo dell'archeologia subacquea, che da anni tentava di affermarsi sulla scena internazionale, per ottenere un adeguato riconoscimento, una puntuale regolamentazione e tutela. L'articolo 1 della citata convenzione, infatti, considera come bene culturale sommerso ogni traccia dell'esistenza umana di carattere culturale, storico o archeologico che è stata parzialmente o completamente sommersa, periodicamente o in modo continuato per almeno 100 anni: siti, strutture, edifici, manufatti e resti umani, insieme con il contesto archeologico o naturale in cui si trovano: navi, aerei, altri veicoli o qualsiasi loro parte, il loro carico o altro contenuto. Con la richiamata convenzione Unesco. in fase di ratifica in Italia, ma già recepita dall'articolo 94 del codice Urbani, la comunità internazionale si è data uno strumento giuridico universale, che pone centro della questione l'importanza di una gestione unitaria del patrimonio sommerso in regime di cooperazione internazionale, attuata con accordi regionali o multilaterali per la programmazione delle ricerche. Con questo atto è stabilito, fra le altre cose, che per la protezione del patrimonio culturale subacqueo, nelle operazioni di scavo non si deve far ricorso a tecniche distruttive e devono essere autorizzati soltanto organismi e servizi competenti a effettuare ricerche, avendo cura di evitare il disturbo di luoghi sacri e resti umani. La puntigliosità della regolamentazione si può desumere so prattutto dalle regole dettate per i progetti, esattamente osservate, come in questo caso dall'Italia e, in particolare, dalle direzione generale per i beni archeologici, con il progetto Archeomar.