Nella mia vita, ho passeggiato moltissimo, specialmente a Roma. Per almeno quarantanni, ogni giorno alle 14 uscivo di casa. Abitavo (e abito) in una piccola strada, ignota persino ai tassinari, nella casa di fronte a quella dove abitarono per molto tempo Giulietta Masina e Federico Fellini. Attraversavo viale Liegi, raggiungevo piazza Verdi, dove ogni giorno contemplavo con orrore ed entusiasmo il palazzo della Zecca, e poi via Paisiello. A questo punto, si apriva davanti a me Villa Borghese, che continuo ad amare con una specie di ebbra passione. Ammiravo piazza di Siena che per me è uno dei grandi luoghi simbolici della terra - luogo di bambini, innamorati, lettori, cavalli, mendicanti. A volte attraversavo in tutti i sensi e in tutte le direzioni Villa Borghese - raggiungendo il laghetto o il piccolo cinema dove un tempo portavo mio figlio ogni domenica a vedere con lui i cartoni animati. A volte, proseguivo fino al Pincio, scendevo a piazza del Popolo, e mi inoltravo - contemplando molte tra le meraviglie di Roma - fino a piazza Navona. Non era lontano. Col mio passo da vecchio piemontese ci mettevo non più di quarantacinque minuti. Poi tornavo a casa. La passeggiata pomeridiana aveva, per me, unimportanza capitale. Mi riposava, mi irrobustiva, mi dava calma e quiete. Soprattutto cancellava tutti i pensieri della mattina: la mia mente diventava vuota: si compiaceva di essere vuota; e cominciavano a nascere altri pensieri, che lentamente si formavano, costruivano unarchitettura, nella quale sarei vissuto il pomeriggio e la sera. La giornata diventava nuova, la mente agile, e il sonno si preparava e si annunciava da lontano. Non ero solo. Incontravo moltissimi bambini, che giocavano al pallone o alle biglie o andavano in bicicletta. Insieme a loro, cerano i nonni, una stirpe a cui allora non appartenevo, ma che mi ha sempre affascinato. Con una vecchissima nonna conversavo sempre mentre i suoi nipoti giocavano allo skate-board. Qualcuno leggeva un libro su una panchina: qualcuno dormiva o dormicchiava; qualche diciottenne faceva la corte a una ragazza. Per tutti, non solo per me, quello era il culmine della giornata: un punto, un fondamento, sui quali reggeva il mondo. Ora, tutto è cambiato. Quasi nessuno passeggia più. Villa Borghese è vuota. Non ci sono più né bambini né nonni né lettori. In parte, la ragione è nota a tutti. Col cosiddetto «tempo pieno» istituzione che esecro, sebbene ne comprenda la necessità a quellora i bambini sono prigionieri a scuola. Stanno lì, mangiano, studiano, chiacchierano, rispondono ai maestri e ai professori, ma hanno perduto per sempre laria, il verde, il sole, le vibrazioni di Villa Borghese. Credo che sia una perdita immensa. Credo che lumanità si divida tra coloro che posseggono ancora le loro Ville Borghese e coloro che ne hanno smarrito non solo il ricordo ma anche lesperienza: tra coloro che passeggiano e coloro che non passeggiano più. Qualcosa mi sfugge. E i nonni, i pensionati, gli sfaccendati dove sono andati a finire? Potrebbero benissimo passeggiare tra lecci e magnolie, e invece stanno chiusi da qualche parte. Cosa fanno? Dubito che leggano. Non fanno niente. Vivono prigionieri dei loro tristi pensieri, o delle mura e dei mobili delle loro case. Vorrei che si ricordassero o (se non hanno ricordi) imparassero. Niente è più bello che passeggiare contemplando gli alberi o guardando lievemente, senza preoccupazioni, dentro se stessi.
Passeggiare in un mondo che ha smesso di camminare
L'autore descrive la sua vita di passeggiata quotidiana a Roma, che gli dava calma e quiete. La passeggiata gli permetteva di incontrare bambini, nonni e altri cittadini, creando un senso di comunità. Tuttavia, ora che la città è vuota e i bambini sono prigionieri a scuola, l'autore sente una perdita immensa. Credo che la gente si divida tra coloro che hanno ancora la possibilità di passeggiare e coloro che ne hanno smarrito l'esperienza. L'autore dubita che i nonni, pensionati e sfaccendati facciano qualcosa di utile, ma piuttosto vivano prigionieri dei loro pensieri.
Artista / Persona
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Luogo