Caro Giovanni, lasciami rifare a un passo della celebrata 'Laudatio fiorentina' di Leonardo Bruni, quando esclamava: «Ma che dir io della moltitudine di popolo, dello splendore degli edifici, dell'ornamento delle chiese, di una incredibile et meravigliosa nettezza di tutta la città». Altri tempi, d'accordo. Eppure per secoli, fino almeno al Seicento, Firenze fu una fucina nei cui fondaci lavoravano Ghiberti, Donatello e compagni. Figurati se un cartellone pubblicitario potrebbe scandalizzare. Ma, c'è un ma. Da quando da fucina di opere la città ogni città - è diventata scenario di quinte godibili - e a Firenze il passaggio si può fare risalire a metà Ottocento, quando l'Arno cessò dopo secoli di esser fonte di energia idrica per i fiorentini al lavoro, e costruiti finalmente i lungarni, con alti parapetti, il fiume si trasformò in «paesaggio» romantico - da allora la fruizione della città - per questo arrivano qui da ogni parte del mondo i turisti - è divenuta quella di essere un grande museo all'aperto e la sua prima lettura è «visiva»: i tetti che tagliano gli spazi del cielo, gli spigoli dei palazzi che segnano gli incroci, la dolce curvatura dei vicoli, ecc, sono i primi momenti di conoscenza della cultura fiorentina. Non amo le immense pubblicità, specie nel cuore storico cittadino. Non tanto per il loro aggressivo ingombro fuori contesto, ma perché esse parlano un linguaggio di persuasione mercantile che è il perfetto opposto della grazia gratuita delle opere d'arte. So anche tutto il resto: che già il traffico snatura le piazze, che lo smog annerisce i monumenti. E so anche che, ce lo spiega l'attentissima e sollecita amica Acidini, per salvare proprio i capolavori occorrono soldi e dunque ogni modo di realizzarsi è in fondo utile. Allora: accettiamo le pubblicità, ma col rimorso di non saper salvare la bellezza di Firenze in modo migliore. E se mi tacci di passatista, caro Giovanni, vuol dire che non mi sono spiegato.