Ogni volta che percorro la lieve pendenza della strada, medito con un po inquietudine Ma chi erano, esattamente, i suoi nemici? E come si difese il mite e pensoso artista? Tra i cosiddetti vizi capitali, ho sempre considerato linvidia il più pericoloso: sia per chi la prova, che per chi la suscita. Linvidioso è divorato dalla sua stessa meschinità, che lo svuota dallinterno, toglie valore a qualunque aspetto della sua vita, si impossessa della sua mente come una specie particolarmente perniciosa di follia. Ma anche colui che, pur privo di colpe, si attira addosso questo turpe sentimento ha poco da stare tranquillo. Tra sé e colui o coloro che lo invidiano, deve erigere in fretta un baluardo, una efficace difesa spirituale. Perché linvidia, in modo misterioso ma implacabile, agisce. Tende trappole, fomenta maldicenze, trasforma i meriti in colpe e il talento in un sopruso. E per questo motivo che, ogni volta che percorro la lieve pendenza di via di San Martino ai Monti, allombra delle vecchie case che affacciano sui due lati della strada, non posso fare a meno di meditare, con un po di inquietudine, sulla targa che ricorda che la palazzina al numero 20 era labitazione di uno dei massimi pittori del Seicento, Domenico Zampieri detto il Domenichino. Così, per lesattezza, recita la singolare iscrizione, composta nel 1872: «Domenico Zampieri bolognesedetto il Domenichinogloria della pitturain questa sua casa riparavadalla guerra implacabile dellinvidia». Ben detto: quella che muove linvidia alle sue vittime (più o meno ignare che siano) è una vera e propria guerra. Ma chi erano, esattamente, i suoi nemici? E come si difese il mite e pensoso Domenichino? E innegabile che la sua fu una grande carriera. Nato a Bologna nel 1581 da famiglia molto modesta (suo padre era un calzolaio), si formò sotto la protezione dei Carracci, i suoi più illustri concittadini nel campo dellarte, e già a ventanni era a Roma, dove sono innumerevoli le tracce del suo genio, dagli affreschi di SantAndrea della Valle e San Luigi dei Francesi a quelli di San Gregorio al Celio, dipinti in nobile gara con Guido Reni, senza scordare i capolavori conservati nei musei, e contesi tra i maggiori collezionisti dellepoca, come quella Caccia di Diana della Galleria Borghese che per secoli è stata ammirata da chiunque visitasse a Roma, diventando, accanto alle opere di Raffaello, lemblema e lesempio inimitabile dello stile classico. Un viaggiatore che godesse del tempo necessario, potrebbe spendere unintera settimana seguendo, su e giù per il centro storico di Roma, tutte le tracce del Domenichino, magari spingendosi fino allAbbazia di Grottaferrata, per ammirare le storie di san Nilo, o a Palazzo Odescalchi a Bassano di Sutri, che conserva il celebre ciclo mitologico dedicato a Diana. Ci si potrebbe aspettare che una vita così piena di successi artistici sia anche una vita felice. E invece, quella «guerra dellinvidia» ricordata dalla targa di via San Martino ai Monti è confermata dalle testimonianze dei contemporanei. Basta leggere le bellissime biografie dei maggiori artisti del tempo pubblicate da Giovan Pietro Bellori nel 1672. Con il Domenichino, si è costretti a procedere per indizi e supposizioni. Al contrario dellesuberante Caravaggio, sembra aver fatto di tutto per nascondere la sua personalità. Ma l «ostinata invidia», racconta il Bellori, lo perseguitò fin da quando, ancora giovanissimo, partecipava alla decorazione di Palazzo Farnese sotto la guida di Annibale Carracci. E come si sa, la più fedele compagna dellinvidia è la maldicenza, che trasforma in qualità negative tutte le abitudini e i tratti del carattere di cui riesce a impossessarsi. Spirito portato alla meditazione, il Domenichino era solito riflettere a lungo sulle opere che voleva eseguire, formandone unidea il più possibile completa nel chiuso della mente. Era, inoltre, molto lento nel portare a termine ciò che aveva iniziato. Tutte caratteristiche che, guardate con la necessaria imparzialità, potranno indurre al massimo rispetto, ma che, nella versione che ne potevano dare i maldicenti dellepoca, diventavano prove di pigrizia e stupidità. Il fatto è che il Domenichino sembra proprio essere stato uno di quegli spiriti capaci di vivere, come si suol dire, solo in un mondo tutto loro. Passeggiando per la strada, si incantava a osservare un certo modo di fare, un determinato sentimento rivelato da un gesto, da un atteggiamento. E se quello che aveva visto gli sembrava interessante e per qualche motivo prezioso, correva a casa a disegnarlo, per conservarne la memoria. Ma questo stato di perenne distrazione può facilmente alienare le amicizie e le complicità, in un mondo come quello artistico, dove spesso regnano la competizione e la slealtà. Nonostante la sua fama sempre crescente, il Domenichino guadagnò meno di quello che avrebbe potuto, e si fece portare via da sotto il naso alcune importanti commissioni di lavori, proprio per mancanza di abilità politica. Quando gli venne preferito un concorrente per affrescare la cupola di SantAndrea della Valle, ne ricavò unamarezza dalla quale non si riprese mai. Amava la compagnia di se stesso, e al massimo di sua moglie e di sua figlia. Quando non dipingeva, leggeva molti libri, o si dedicava allaltra sua passione, linvenzione di strumenti musicali. A differenza di tanti suoi colleghi, non amava affatto che qualcuno gli facesse visita mentre lavorava. Ci sono vite infelici perché segnate da traumi o tragedie; ed altre, come quelle del Domenichino, più tranquille, ma afflitte da una specie di disagio perpetuo. Probabilmente il trasferimento a Napoli, nel 1631, per affrescare la Cappella di San Gennaro fu il suo più grave errore. Infuriati perché la commissione così prestigiosa di quegli affreschi era capitata a uno straniero, i pittori napoletani ordirono attorno allindifeso Domenichino i più squallidi complotti. Ad ogni pasto, sospettava di essere avvelenato; finì per non fidarsi nemmeno dei più stretti familiari. Sempre «taciturno e cogitabondo», come lo descrive un altro contemporaneo, e sospettoso per natura e per necessità, il Domenichino fu uno di quegli esseri umani che sembrano proprio inadatti a vivere nei contrasti e nelle incertezze del mondo. Con rara perspicacia psicologica, le parole della targa di via San Martino ai Monti, a prima vista così strane, sono la sintesi perfetta di un carattere e di un destino.
ROMA - Domenichino e la via dellinvidia a Monti il rifugio di un genio solitario
Domenico Zampieri, noto come il Domenichino, fu un pittore bolognese del Seicento. La sua vita fu segnata dalla guerra dell'invidia, che lo perseguitò fin da quando era giovane. I suoi contemporanei lo descrivono come un uomo solitario e sospettoso, che non amava la compagnia di altri e che era lento nel portare a termine le sue opere. Il Domenichino fu vittima di complotti e maldicenze, che lo portarono a sospettare di essere avvelenato. La sua carriera fu segnata da una serie di insuccessi e delusioni, che lo portarono a non fidarsi nemmeno dei più stretti familiari.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo