Uno dei proprietari dello stabilimento che produceva calce ha allertato la Soprintendenza per ottenere il vincolo Gli strumenti di lavoro sono ancora al loro posto. "Potrebbe diventare un piccolo museo di archeologia industriale" Iniziò a funzionare negli anni Quaranta alle falde di Monte Pellegrino Chiuse nel 1968 Ci voleva la dinamite per staccare la pietra dal monte Pellegrino, alla cava Maiorana. Pareva che la montagna non volesse perdere pezzi, che dovesse fare pagare caro alluomo laffronto di toglierle sostanza. Il calcare duro, compatto e soprattutto senza impurità, faceva gola ai costruttori, sempre meno propensi a realizzare case con struttura portante, sempre più arditi nelle costruzioni in cemento armato. Sono i primi anni Quaranta e Sebastiano Maiorana ha da poco comprato cava e terreno alle falde del Monte Pellegrino dalla nobile famiglia dei principi di Belmonte, la cui monumentale villa è visibile da ogni angolo dellAcquasanta. Per una famiglia e una classe sociale al tramonto ce nè unaltra che prende il posto. Maiorana fiuta laffare e in breve tempo mette in piedi la sua azienda che non si limita a fornire pietrisco, ghiaietto e sabbia per i cantieri ma offre un prodotto ancora più richiesto: la calce, ideale per le malte. I forni per la produzione di calce vengono tirati su in pochi mesi, sfruttando le cavità di una "pirrera", una vecchia cava di calcarenite che ha dato pietra da costruzione alla Palermo del Settecento. Il ciclo di produzione utilizza le tecniche più sofisticate del tempo, ma la forza delluomo è determinante. Ci lavorano in sedici nella fabbrica che dà pane e lavoro a tante famiglie per trentanni. Chiude i battenti nel 68, forse sconfitta dalla concorrenza e dalle nuove tecniche industriali. Ma i macchinari, le fornaci, le vasche, i cunicoli e i pozzi, sono ancora lì, alle falde del Monte Pellegrino. Oggi, Salvatore Maiorana, macchinista al Teatro Massimo, nipote del fondatore e comproprietario della ex fabbrica, non vuol perdere questo straordinario patrimonio di archeologia industriale e ha già richiesto la tutela della Soprintendenza, che si è mostrata molto interessata. Lobiettivo è la tutela della fabbrica per farne un museo dellarcheologia industriale. «È un luogo a cui sono molto affezionato, ho trascorso la mia infanzia qui, non vorrei che qualcuno calpestasse questa memoria della Palermo industriale». Il viaggio nella fabbrica di calce che fu comincia immancabilmente da tre foto-simbolo color seppia, messe in bella mostra. Nella prima si vedono le ciminiere sbuffanti e tre vagoncini carichi di calcare, pronti per essere immessi nella fornace. Nella seconda ci sono immense cataste di legna, provenienti dal bosco della Ficuzza. Il fuochista quasi scompare, sovrastato comè dal combustibile. Nella terza, infine, si vede Rosolino Maiorana, figlio del fondatore, sollevare con i carusi alcune ceste colme di pietre. «Ma niente sfruttamento - si affretta a precisare Salvatore Maiorana - si trattava dei figli dei lavoratori che spesso davano il loro contributo spontaneo poiché vivevano nellazienda». Sì perché nella fabbrica cera anche la foresteria, gli operai venivano anche da Partinico e Borgetto e a quel tempo non era certamente facile raggiungere i paesi in giornata. Così lazienda forniva anche vitto e alloggio. Modello giapponese, si direbbe oggi. Il ciclo di produzione cominciava allalba, quando si cercava di frantumare in pezzi più piccoli i detriti di cava. Gli operai usavano mazze da 10 chili per ottenere pietre non più grandi di trenta centimetri. Ultimata la frantumazione il materiale di cava veniva caricato sui carretti trainati da cavalli. Appena seicento metri dividevano la cava dalla fabbrica, in via Cardinale Mariano Rampolla. Nelle fornaci alte diciotto metri il calcare da cuocere era introdotto nel livello superiore, mentre in quello di mezzo cerano le bocche di fuoco alimentate a carbon fossile e legna. Durante la cottura, spesso si verificava linconveniente della saldatura delle pietre che costringeva a intervenire cinque operai, impegnati a rimuovere il grappolo di calce viva con delle pesanti aste metalliche, per favorire la caduta al terzo stadio, quello di prelevamento. La calce prodotta precipitava così al livello più basso dove cerano i vagoncini di ferro che partivano per i siti di carico degli acquirenti. Tecnicamente, il prodotto che usciva dalle fornaci era ossido di calcio, più noto come calce viva. Alle falde ci sono ancora tutti gli ingranaggi al loro posto, come se il turno di lavoro fosse finito pochi mesi fa. Cè un martelletto pneumatico che veniva impiegato per praticare i fori per la dinamite, ci sono argani, pulegge, rotaie, lascensore e gli enormi frantoi per il pietrisco. Se non fosse per la coltre di ruggine si potrebbe immaginare la fabbrica ancora in attività. E poi cè la memoria storica della "pirrera" del Settecento con i blocchi monolitici di calcarenite su cui si vedono ancora i segni degli scalpellini. Dietro il muro di pietra gialla cè un grande orto urbano, insidiato dai palazzoni di via Ammiraglio Rizzo.