Giugno 1954: nelle librerie italiane escono la Relazione introduttiva al primo convegno di amici e collaboratori della rivista Il Mulino, e la Geografia delle elezioni italiane dal 1946 al 1953, di Francesco Compagna e Vittorio De Caprariis. È nata una nuova casa editrice che, in piena guerra fredda, avanza una proposta culturale e politica che vuole chiamarsi fuori dalla violenta contrapposizione tra «clericalismo e anticlericalismo, dirigismo e liberismo, comunismo e anticomunismo». Cinquant'anni dopo, Il Mulino festeggia con il suo abituale understatement il mezzo secolo di vita, regalando ai lettori la ristampa anastatica di quel magro fascicoletto marrone, capostipite di un'intera biblioteca su cui si sono formate generazioni di studiosi di sociologia, storia, diritto, economia, critica letteraria, filosofia. Ne parliamo con Ezio Raimondi, che oggi presiede il Consiglio editoriale della casa editrice bolognese, di cui ha accompagnato tutta la storia, dato che all'epoca partecipò alla stesura della relazione, insieme a Contessi, Degli Esposti, Giugni, Mancini, Matteucci, Pedrazzi, Saccenti e Santucci. Vorrei partire proprio dalla relazione introduttiva, in cui tra l'altro riconoscevate le ragioni dei comunisti, rifiutando però il confronto con loro perché non erano disposti a una «sincera autocritica» (sulla questione della democrazia in Urss, suppongo). Eppure, per indicare la vostra concezione del ruolo degli intellettuali, citavate esplicitamente uno di loro: Giaime Pintor, e la sua famosa lettera al fratello Luigi. Cosa significava Giaime Pintor per voi e che senso aveva rinviare a lui in piena Guerra Fredda e in radicale dissenso col Pci? Giaime Pintor veniva sottratto a una collocazione definitiva, veniva sentito come uno degli interpreti della crisi che una generazione successiva alla sua, come quella del Mulino, aveva sentito anche propria. Il discorso con la cultura comunista era molto complesso, perché i componenti del Mulino avevano storie diverse e appartenevano anche a ceti differenti. Ma quando Pintor scriveva: «noi siamo una generazione che non ha dovuto inventarsi un dramma, il dramma ce l'ha imposto la storia», la sua diagnosi poteva valere anche per i giovani del Mulino. Da Pintor a Montale che, in una poesia come Piccolo testamento, uscita nel 53 su «Il Ponte», mette in versi una posizione simile alla vostra: «Questo che a notte balugina nella calotta del mio pensiero [...] non è lume di chiesa o d'officina che alimenti chierico rosso, o nero»... Nella poesia di Montale si riconosceva uno stile, una sorta di razionalità emotiva dominata dall'ironia, che poteva servire da modello per il modo di comportarsi intellettuale di noi ragazzi del Mulino: la capacità di muoversi dentro il quotidiano per ritrovarvi i grandi motivi ideali, ma cercando di sottrarsi alla retorica. Era una sorta di moderno gusto borghese, il nostro, una razionalità media applicata al quotidiano. Il fatto che vi trovaste proprio a Bologna governata dal PCI, è stato letto nei modi più diversi. Il nostro rapporto dialogico tra cattolici, socialisti e liberali era possibile a Bologna perché lì si dava questa forma di coesistenza, perché nelle strade si mescolavano ragioni diverse. Si accettava un processo storico di cui l'esplosione del Partito Comunista era una manifestazione evidente, ma non gli si voleva dare una risposta ideologicamente chiusa e statica. L'ipotesi riformistica era interna all'idea di razionalità di cui Il Mulino si faceva portavoce, parlando di neo-illuminismo. D'altro canto, per alcuni di noi era evidente il richiamo a Gobetti, a un'idea di riforma come modificazione delle istituzioni in rapporto a una nozione comune di bene pubblico, che si sostituiva all'ipotesi rivoluzionaria. Ne avemmo poi una verifica anche dolorosa quando nel 68 esplose la grande protesta universitaria, e per un momento portò a credere che le ipotesi riformistiche fossero da accantonare una volta per tutte. Ha parlato del 68 come momento importante e «traumatico» per voi. Ma dopo avete cooptato anche alcuni intellettuali che allora erano più radicali, ad esempio Michele Salvati... Con il 68, per un momento sembrò che tutte le ipotesi politiche sulle quali ci eravamo mossi venissero meno: ci fu un periodo di autentica crisi, tanto è vero che l'associazione lasciò un po' il posto alla casa editrice. Poi, una volta passata la grande ventata, ritornarono fuori le ragioni di un fare politica lungo, e qualcuno anche, che veniva da posizioni estreme, rivoluzionarie, si avvicinava a poco a poco ad un discorso portato più dentro le cose, e quindi di tipo riformistico. Era il segno che si tornava di nuovo a quella che potremmo chiamare un'intransigenza razionalistica, che ripartiva dal vecchio problema su cui istintivamente Il Mulino si era mosso: come si determina una modernizzazione che diventi anche un modo nuovo di fare politica, al di là delle grandi contrapposizioni degli anni dal '45 al 60? Peraltro voi già nel 66 avevate pubblicato Ragione e rivoluzione di Marcuse... Il Mulino, proprio perché si sottraeva agli schemi dati, aveva una curiosità e una capacità di ascoltare che potevano qualche volta anticipare i tempi. Fu così che si arrivò al libro di Marcuse, così come era capitato per la Teoria della letteratura di Wellek e Warren. Cito entrambi i libri perché in prima battuta non ebbero grande fortuna: non facevano parte della cultura ufficiale. Il Wellek-Warren solo in un secondo tempo circolò per il mondo universitario italiano: in prima istanza fu considerato un libro di una dimensione empiristica, fuori dalla nostra logica, con un giudizio negativo che vedeva associati i critici di parte liberale crociana e di parte marxista. Non si capiva ancora che in quel libro era entrato e circolava per la prima volta il formalismo russo, e che la vecchia cultura europea, rappresentata da Wellek, si incontrava con la nuova cultura del New criticism americano, dando risultati d'avanguardia. Qualche cosa di simile accadeva anche per il libro di Marcuse: era il libro più rappresentativo del Marcuse pre-esplosione americana, ma solo dopo che L'uomo a una dimensione diventò una specie di portavoce di tutta la rivolta studentesca nel mondo occidentale, Ragione e rivoluzione venne recuperato come momento indispensabile nel rapporto con il pensatore francofortese. Marcuse come esponente di una filosofia che si ricollega a una teoria della società. Del resto tutti riconoscono al Mulino il merito di aver introdotto in Italia la sociologia, che nel secondo dopoguerra era praticamente una sconosciuta... L'interesse per una sociologia come quella americana, dove però si depositavano molti fermenti anche di quella europea, era il modo con cui i giovani del Mulino tentavano di introdurre dentro il discorso idealistico crociano una sorta di «filosofia del concreto», che rendeva sempre più determinante il rapporto tra le parole dell'intellettuale e il presente. L'analisi sociologica ha rappresentato per noi ciò che in quegli anni, con Sartre, si diceva l'impegno. Però va ricordato che uno dei primi libri di sociologia che Il Mulino produsse non era un testo americano, ma Ideologia e utopia di Mannheim, un ungherese, un compagno di Lukàcs che aveva avuto una storia diversa, ed era passato in Inghilterra, ma si portava dentro tutto il problema del rapporto con il marxismo: un intellettuale che pone il problema della sociologia come una delle dimensioni di analisi del mondo contemporaneo, e che rivendica nello stesso tempo una grande tradizione liberale. Il Mulino era così poco disattento nei confronti della cultura del marxismo e della sinistra, che produceva alcuni dei libri che rappresentavano nel modo più forte proprio quella dimensione. Cercavamo di indicare che anche la sinistra doveva ripensare nel profondo il proprio patrimonio intellettuale, doveva accettare la discussione con altre logiche ideali, proprio per diventare più precisa, più consapevole. Ma a lei, che è un critico e uno storico della letteratura, chiederei un piccolo consuntivo sul contributo del Mulino agli studi letterari. Già nella nostra relazione introduttiva si parlava di storia della cultura, del problema della ricezione, quindi della dimensione sociale dentro il fatto letterario, da vedere nello stesso tempo nella sua autonomia. Nella teoria della letteratura di Wellek-Warren trovavamo enunciati che portavano oltre il discorso crociano, e persino anche oltre il nuovo discorso diGramsci, o addirittura di Lukàcs. Il Mulino si muoveva tra il momento dell'autonomia e il momento dell'eteronomia del testo letterario. Per un verso un'analisi formale sempre più adeguata alle ragioni tecniche - e di qui un distacco da Croce: i generi letterari, la stilistica, tutto ciò che per lui era un elemento non caratterizzante del fenomeno letterario, veniva ricuperato in una dimensione «morfologica». Ma nello stesso tempo, proprio perché il discorso sulla società era all'origine dei vari interessi del Mulino, la dimensione sociale della letteratura doveva essere presente quanto quella interna. Per questo si scelsero una serie di grandi modelli europei, al di fuori di ogni «ortodossia» crociana o marxista. Uno dei primi fu gli Studi di letteratura europea di Curtius, nel quale la grande letteratura del primo '900 veniva «riproposta» da un protagonista, autore dei primi grandi saggi su Eliot, sull'Ulysses di Joyce, ma in cui era già presente la prospettiva di longue durée di Letteratura europea e medioevo latino. Poi un libro come quello di Spitzer: L'armonia del mondo, che era la storia di un grande concetto, fuori dalle analisi formali degli studi di stilistica, che però erano rappresentati dai lavori di Dámaso Alonso. Ma nella vostra relazione introduttiva la critica letteraria si intrecciava anche con i maggiori filoni della ricerca storiografica europea... Si parlava di una storia della cultura e della sensibilità da assumere dentro il discorso letterario, e si faceva il nome di Lucien Febvre. Nel 54 non era un nome ovvio, meno che meno dentro il discorso letterario, perché erano soprattutto gli storici che avevano potuto avere rapporti con le Annales. Inoltre Contessi era entrato in rapporto con Renato Poggioli, emigrato in America, così si pubblicò la sua Teoria dell'arte di avanguardia, uno dei primi libri in cui il futurismo viene ripreso in una dimensione europea. Con libri di questa natura, il Mulino cercava di muovere gli schemi, riaprire le mappe, indicare percorsi diversi. E alla fine riemergeva il problema della modernità: della modernità degli strumenti e della modernità come oggetto di studio. Una domanda impertinente: oltre agli industriali bolognesi, rappresentati dall'avvocato Barbieri, un ruolo importante nel finanziamento del Mulino fu svolto dai grants delle Fondazioni americane, procurati da Cavazza, e dalle collaborazioni di Nicola Matteucci e Vittorio de' Caprariis con lo United States Information Service, che portarono a realizzare l'importante «Collezione di storia americana». Queste fonti di finanziamento comportarono anche delle pressioni politiche, o favorirono certi orientamenti? È vero che ci furono questi diversi aiuti, tanto che qualcuno polemicamente sosteneva che Il Mulino era per così dire infeudato a una politica, a una ragione americana. Ma non produssero nessun tipo di condizionamento. Entro certi limiti, Il Mulino non venne mai meno alla sua funzione culturale: i classici della storiografia americana erano grandi testi, senza ragioni internamente ideologiche, quindi in quel caso l'interesse politico a favorire la diffusione di certi libri coincideva con il compito culturale di far conoscere questa realtà che era «esplosa» con il dopoguerra. E anche i grants erano stati dati per ricerche sulla partecipazione politica e soprattutto sull'Università. Quindi si trattava di un lavoro non ideologico, ma di ricerca sul campo. Poi vennero ancora aiuti da varie parti, persino dalla Fiat. Ci furono solo fino al momento in cui si crea l'Associazione e si rileva la casa editrice. A quel punto si procede a una ricapitalizzazione, e da allora è la casa editrice che vive autonomamente della sua produzione. E così Il Mulino diventa una casa editrice posseduta e «autogestita» da una associazione di autori. Noi abbiamo cercato di creare una realtà nella quale gli intellettuali potessero produrre liberamente ciò che stava loro a cuore, riconoscendo nello stesso tempo le dure leggi del mercato e dimostrando che degli intellettuali, nel momento in cui tutelavano il proprio lavoro, erano in grado di governarsi come azienda, senza rinunziare alle proprie motivazioni ideali. La svolta nacque da un dissenso politico... C'erano già stati momenti difficili nel rapporto con la proprietà, perché la rivista Il Mulino aveva sempre sostenuto una politica riformista, e questo evidentemente urtava nel profondo con una dimensione liberale di destra come quella di cui era rappresentante l'avvocato Barbieri. Quando negli anni 60 si arrivò a una rottura irrimediabile, il problema era che cosa fare di questa che intanto era diventata una casa editrice, con una rivista che aveva certamente una forte rappresentatività. Sia per ragioni di valutazione della situazione politica, sia perché Barbieri aveva un rapporto d'affetto personale con Cavazza, si decise di vedere se rivista e casa editrice potevano essere rilevate senza farle morire. Per fortuna Pedrazzi aveva avuto un'eredità: con quella, più alcuni milioni da parte di alcuni di noi, che accedevano a un fido dalle banche perché professori universitari, rilevammo il tutto. Ma c'era anche Romano Prodi, allora giovane professore di economia, studioso delle piccole industrie, che aveva una serie di rapporti con il mondo industriale fra Emilia e Marche. Con la sua mediazione, si arrivò a un'ipotesi nella quale tramite l'Associazione controllavamo la maggioranza delle azioni all'interno di una società a cui contribuivano anche vari industriali - non per guadagno, ma per stare in questa realtà così singolare. E dopo fu Giovanni Evangelisti, di una nuova generazione, a far funzionare la casa editrice come uno strumento di produzione di tipo industriale, che doveva fare fronte alle dure regole del mercato. Si potrebbe chiudere con un ragionamento sulle scelte successive, dagli anni 70 a oggi... La risposta può cambiare a seconda dei punti di vista delle varie discipline. Per trovare un punto d'incontro si potrebbe dire che sono i libri di storia della cultura (intesa in un senso molto ampio) dove le diverse discipline si possono incontrare, quelli che hanno caratterizzato progressivamente Il Mulino. Poi è diventato sempre più importante il discorso europeo: un'idea dell'Europa intesa non soltanto nelle sue ragioni economiche o politiche, ma anche nel dialogo delle idee, delle lingue, nella pluralità delle situazioni sociali e culturali. Proprio adesso è uscito un lavoro di De Giovanni, La filosofia e l'Europa moderna, che è uno dei libri che noi vorremmo crescessero, per dare un discorso sull'Europa che non sia soltanto quello della sua sistemazione politica, ma anche quello del senso del passato, quindi delle ragioni che debbono entrare in questa grande polifonia, tenendo presente sempre di più il mondo islamico, e vedendo il rapporto tra Occidente e Oriente come un problema che non viene risolto dallo scontro ma dal dialogo tra le civiltà.