Andiamo sul sito web dell'Istituto italiano di cultura a Mosca: l'ultima iniziativa di cui si trova traccia è una conferenza sul linguaggio dei cantautori italiani annunciata per il 25 ottobre 2003 presso l'Associazione Dante Alighieri; il bando per borse di studio, invernali ed estive, è quello, chiuso da un pezzo, relativo al 2003-2004; mentre la biblioteca (tremila volumi) e la videoteca (millecinquecento vhs) risultano chiuse «per schedatura». L'Istituto è in sonno? Qualcuno, lo chiama dostoievskianamente «la casa morta». In compenso fa parlare di sé per altre strade: su Libero del 20 giugno scorso la direttrice dell'Istituto Angelica Carpifave accusa l'ambasciatore italiano a Mosca Gianfranco Pacco Bonetti di aver affittato la sede a dei trafficanti di liquori e tabacco e di aver incaricato dei sicari della mafia russa di sparare sulla sua macchina. Da parte sua, l'ambasciatore a Libero oppone un no comment diplomatico. Nel disinteresse della Farnesina a Mosca è maturata una situazione degna d'un giallo di Alexandra Marinina? La direttrice insomma, nominata in febbraio 2003 e insediatasi in settembre, è costretta a star barricata dentro l'Istituto e a usarlo come bunker contro le trame del nostro ambasciatore, anziché utilizzarlo per le attività canoniche: corsi di lingua, conferenze, rassegne di cinema, concerti? Cerchiamo di fare luce in questo giallo. E, anzitutto, mettiamo in fila due dati: l'Istituto di Mosca è anche il primo nel quale il 100 del personale ha aderito a uno sciopero indetto da Cgil-Cisl-Uil il 9 febbraio scorso contro la gestione della stessa neo-direttrice. Ed è un luogo al quale appena possibile la maggioranza del medesimo personale ha detto addio, poi, facendosi trasferire in Ambasciata «per esigenze di servizio». In quelle stanze la direttrice è barricata quasi da sola, insomma, con la compagnia degli agenti della security privata (ex Kgb) che ha assunto subito dopo essersi insediata. Dopodiché, come in un vero poliziesco, facciamo un passo indietro. Chi è Angelica Carpifave? Quando, in occasione della Conferenza mondiale dei direttori degli Istituti di Cultura, primavera 2003, il ministro Frattini annunciò la sua nomina per chiara fama (insieme con quelle del quadro della Telecom, ribattezzato dai colleghi «er canotta», Patrizio Scimia a Madrid, dell'editorialista del Foglio Pialuisa Bianco a Bruxelles e dell'apologeta del revisionismo storico di Nolte Renato Cristin a Berlino) di lei fu detto: è autrice del libro intervista col patriarca Alessio II da poco uscito per Mondadori. Chi avesse voluto altri credits, su Internet avrebbe trovato che è «professoressa honoris causa» all'università Statale di Mosca. In realtà la dicitura esatta è: Università Statale e Culturale di Mosca, uno dei diplomifici nati nella Russia degli ultimi anni per fornire di laurea uomini d'affari. La tornata di nomine fu decisa dalla Commissione Nazionale per la Promozione della Cultura, riunita il 27 febbraio 2003, col voto contrario degli unici due esponenti del mondo culturale, Gioachino Lanza Tomasi e l'accademico dei Lincei Gianfranco Chiaretti. E contro la nomina alla sede di Mosca è in esame al Tar il ricorso presentato da un'altra concorrente, Alessandra Latour, architetto, docente all'università veneziana, studiosa dell'urbanistica moscovita, già direttrice per chiara fama dell'Istituto dal 1997 al 1999. Ma, per saperne ancora di più su Angelica Carpifave, saremmo dovuti andare a scartabellare vecchie annate delle Izvestija: in marzo 1999 una giornalista, Maria Averianova, firmava due pezzi in cui raccontava la vicenda dei 546 pezzi preziosi - icone, vasellame, gioielli, abiti, mobili - già della famiglia dello zar Paolo I, di proprietà del museo russo di Pavlosk, arrivati in Italia per la mostra Splendori detta corte degli zar, promossa dalla fondazione Helikon, di cui Carpifave era presidente, e tenuta con successo a Roma e Torino; pezzi poi scomparsi per un lungo periodo a Firenze, dove, in teoria, si sarebbe dovuta tenere una terza esposizione; e riottenuti dalle autorità russe solo grazie a un gran lavoro diplomatico. Nell'occasione il Soprintendente di Firenze Antonio Paolucci scrisse all'ambasciatore Spasskiy una lettera in cui manifestava il suo «disagio e imbarazzo» per il comportamento «scorretto e assolutamente inammissibile» della presidente della Fondazione Helikon, auspicando che nessuno, in Russia, le affidasse mai più neppure uno spillo. E venne fuori, all'epoca, anche un' altra faccenda strana: prima di metter su la Helikon, la signora s'era inventata una Fondazione Rostropovitch, senonché l'interessato, il Maestro, venutolo a sapere, s'era stupito e aveva spiegato di essere all'oscuro della faccenda (la Fondazione Rostropovitch esiste ancora, è ospitata in un immobile di proprietà del Comune di Roma a piazza Navona 71 e, ulteriore fatto incongruo, Angelica Carpifave ha stabilito lì la propria personale residenza). Ed eccoci di nuovo nel presente: avete presente quell'auspicio del Soprintendente Paolucci? I russi lo accolgono e, quando nel 2003 viene a conoscere il nome della nuova direttrice dell'Istituto italiano di Cultura a Mosca, il ministro della Cultura Shvydkoy spedisce due lettere ufficiali alle nostre autorità, spiegando che Carpifave è persona non grata. Siccome nessuno si degna di dargli una risposta e siccome la neo-direttrice s'insedia a Mosca il 18 settembre, i russi invitano le loro istituzioni culturali a non intessere rapporti con lei. Siamo nella pazzia: a promuovere la nostra cultura a Mosca è stata delegata una persona alla quale è, per principio, impossibile trattare con i russi. Pure, la neo-direttrice non demorde. E, come prima cosa, fa quello che ama fare: si ribattezza, comincia a spedire comunicati e inviti in cui si qualifica come «Presidente della Rappresentanza per gli Affari Culturali del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana a Mosca», carica che non esiste ma certo ha una bella enfasi spagnoleggiante. Dopodiché - risulta dai memoriali preparati dai sindacati in occasione dello sciopero - in diciannove giorni spedisce dodici contestazioni di addebito ai dipendenti dell'Istituto (in tutto alla fine le contestazioni saranno settanta), li manda a sfamare i cani randagi del quartiere, rifiuta di pagare gli stipendi dell'autista, manda una nota di demerito a una funzionaria ricoverata in ospedale per un'ischemia. Costringe gli agenti della «Zao Chop», l'agenzia incaricata di vigilare sulla sicurezza dell'Istituto, a spostare di continuo le macchine parcheggiate sul marciapiede opposto perché è convinta siano autobombe di terroristi ceceni, e, di fronte alle loro resistenze, revoca il contratto. Assume gli ex kaghebisti e anziché far vigilare l'Istituto fa sì che controllino movimenti e posta elettronica dei dipendenti. Poi chiude la biblioteca e la videoteca dell'Istituto - con tremila volumi e millecinquecento vhs sono gli archivi più ricchi della nostra cultura in Russia - perché, dice, a contatto con il personale e con studiosi e studenti libri e cassette s'impolverano e si rovinano. Fa comprare un divano letto e fa dormire in Istituto la sua collaboratrice personale che ha fatto arrivare dall'Italia. Appena insediata, gode di lunghi periodi - mesi - di ferie. Si dirà, beghe interne. No, è un terremoto. Ed ecco il versante culturale: in febbraio di quest'anno i giornali registrano la vicenda Magris. Angelica Carpifave blocca la traduzione di Un altro mare, già concordata con l'editore russo. Lei, lo studioso triestino, in realtà lo chiama «Marchis». Non arriva agli onori delle cronache, invece, la bocciatura che il Direttore generale per la promozione culturale della Farnesina, l'ambasciatore Francesco Aloisi di Larderei, infligge con lettera del 27 gennaio al suo programma per il 2004: non tiene conto delle compatibilità economiche e, in particolare, prevede la traduzione e pubblicazione del famoso libro su Alessio II, che è su «argomento politicamente delicato», scrive l'ambasciatore, mentre, aggiunge, c'è da interrogarsi sull'opportunità che i fondi di un Istituto finanzino opere del direttore dello stesso. Dopodiché, quanto a cultura, il silenzio. No, Angelica Carpifave annuncia che ha siglato accordi con una miriade di istituzioni italiane prestigiose per il 2004-2005, la Scala, l'Accademia di Santa Cecilia... Noi lanciamo un ballon d'essai a Santa Cecilia: è vero? No, non c'è nessun accordo, risponde l'ufficio stampa dell'Accademia. Già, ma quelle altre questioni di cui scriveva Libero: i sicari, l'alcol e il tabacco di contrabbando? Sulla sventagliata di mitra sulla macchina non sappiamo. Quanto all'alcol, sembra siano le bottiglie di vino che l'Associazione Enotria teneva per i corsi di degustazione, stipulati in convenzione con l'Istituto nel 2002, in ossequio alla linea della Farnesina che allora, ministro agli Esteri ad interini Berlusconi, era: «meno vecchiume, meno Manzoni, più promozione dell'italian style». Sicché, il silenzio regna a Mosca. No, non del tutto. Perché il focherello della cultura italiana rimanga acceso nella capitale russa, si danno da fare i dipendenti dell'Istituto transfughi all'Ambasciata. Il 30 giugno «lectura Dantis» con Giorgio Albertazzi, nei prossimi giorni manifestazioni col premio Grinzane Cavour. Lì, nelle stanze dell'Iic moscovita, il deserto: dal 29 giugno la direttrice è di nuovo in malattia. Non ha lasciato un rendiconto di cassa. E ha incaricato della reggenza la dottoressa Stefania Del Bravo. Peccato non si sia accorta che, in questi mesi, la dottoressa le ha detto addio: da un pezzo non lavora più per lei, è in Ambasciata.