ROMA Gianni Borgna, presidente di "Musica per Roma", parla innanzitutto della "sua" creatura più corposa, piu articolata, più assorbente: l'Auditorium, il complesso delle tre sale disegnate da Renzo Piano che va sotto il nome di Parco della Musica. «La crisi ha colpito un po' tutti dice , aspettavamo un logico e fisiologico calo. Invece, dopo l'entusiasmante bilancio estivo, abbiamo chiuso il 2009 confermando un dato fondamentale: la capacità di autofinanziamento dell'istituzione, pari al 65. Ora occorre mantenere il successo, all'occorrenza superarlo». "Musica per Roma" è sostenuta anche da fondi pubblici, ma non riceve un euro dallo Stato. I sovventori sono il Comune (poco meno di 8 milioni di euro l'anno), la Provincia (850.000 euro l'anno) e la Regione (2 milioni l'anno). Il resto, su un budget annuale di circa 33 milioni, viene dagli sponsor e dall'autofinaziamento. I circa 10 milioni erogati dagli enti locali vanno a coprire tutti i costi fissi, compresi quelli di Santa Cecilia (2 milioni e 560.000 euro). Due milioni e mezzo di persone l'anno frequentano le tre sale della megastruttura di Renzo Piano, con una media settimanale di 50.000 visitatori. L'uso delle sale è arrivato al 90 della disponibilità. Meglio di così, presidente....«Come incassi, siamo secondi solo al Lincoln Center di New York; in Europa, il Parco della Musica di Roma è la struttura più importante in assoluto. Ogni tanto ripenso a 16 anni fa, quando, durante il primo mandato del sindaco Rutelli, ci davano dei pazzi perché continuavamo a battere sul chiodo Auditorium. Si dubitava della riuscita, della capacità di "assorbimento" della città. Invece, che soddisfazione. E' una scommessa vinta. Da tutta la città». Un bilancio qualitativo? «In sintesi, hanno funzionato e funzionano il carattere estremamente polivalente degli spazi, l'internazionalità del luogo e delle proposte, l'esportabilità che cominciano ad avere le offerte autoctone». Tredici anni assessore alla Cultura del Comune di Roma, lei va verso il compimento del triennio da presidente di "Muica per Roma". Cosa ha preferito? «Due incarichi diversi. Il lavoro dell'assessore è faticoso ed esaltante, può tendere, come nel mio caso, alla creazione e al consolidamento di strutture che entrano a far parte del patrimonio culturale della collettività, dallo stesso Auditorium alle biblioteche, al rilancio dell'Estate romana, dovendo spesso, data la varietà delle situazioni, delegare parte dell'impegno ad altri. La presidenza di "Musica per Roma" la svolgo invece in uno stesso luogo, metto in pratica le idee e le seguo passo passo, personalmente. Il mio mandato termina alla fine di quest'anno». Pensa a un eventuale avvicendamento? «Una volta concluso il mandato, mi sembra realistico pensarci». La sua cattedra all'Università? «Ho insegnato "Sociologia della musica" per tredici anni a Tor Vergata. Dall'anno prossimo sarà invece a Roma Tre. Dei risultati ottenuti fin qui sono molto contento. Con l'aiuto della pianista Cinzia Gangarella sono persino riuscito a creare, nell'ultimo decennio, una piccola scuola, dove la teoria ha trovato via via regolare riscontro negli esempi pratici. Io facevo affermazioni teoriche e la pianista mostrava agli studenti, sulla tastiera, l'applicazione delle stesse. La mia materia d'insegnamento è relativamente recente, ma trova nei giovani un grande riscontro. Nel contempo, a me consente il rapporto costante con loro: sapere cosa pensino e dove vadano i giovani è fondamentale». Come vede Roma, la Roma della cultura alla quale si dedica da tanto tempo? «Nel lontano 1993 era molto diversa. Non funzionavano i musei comunali, l'Auditorium non esisteva, le biblioteche stavano quasi a zero... Non posso negare che mi fa piacere vedere i frutti di tanto lavoro fatto giorno per giorno: impegnarsi sulle strutture paga, la città ne trae un vantaggio continuativo, va avanti anche con amministrazioni di segno diverso. Il periodo attuale, che non è certo facile sul piano generale le tensioni internazionali, la crisi economico-finanziaria, le scarse occasioni offerte ai giovani , non riesce comunque a cancellare l'identità culturale forte di una Roma con le carte in regola per continuare. Non attutisce lo slancio e la ripresa cominciati nei primi Novanta e concretizzati da un percorso in continua crescita». Cosa pensa di fare Gianni Borgna da grande? «Per decenni mi sono sentito ripetere: lei, Borgna, è ancora troppo giovane. Adesso, forse, sono invece troppo grande. Quello che so di me con certezza è che mi sento un uomo legato all'impegno culturale in senso civico. La mia è una vocazione sicura. So di voler lavorare per le strutture culturali al servizio della collettività. Mi vedo, ancora e sempre, impegnato in questo». R.S. RIPRODUZIONE RISERVATA