Promesso ai tempi del Duce, avviato da Craxi: nel degrado il ricordo dei garibaldini Il monumento incompiuto ai garibaldini. Progettato nel 1960 per celebrare lo sbarco dei Mille a Marsala e diventare un «gioiello» cittadino, era stato promesso ai tempi di Mussolini e pensato per il centenario. Craxi posò la prima pietra nel 1986. Poi lo stop ai lavori. E ora? Il degrado ha trasformato l'opera in un ecomostro Appello sicilianista raccolto dal sindaco di Capo d'Orlando, Enzo Sindoni, che farà distruggere amartellate la targa «Piazza Garibaldi» lanciando un'invettiva contro il condottiero bollato come «un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi». Gli obiettivi delle operazioni Lo scopo della spedizione era quello di intercettare i moti anti-borbonici che scoppiavano sull'Isola, per provocare una definitiva sommossa popolare, far crollare il Regno delle Due Sicilie e arrivare all'Unità d'Italia. A fine maggio Palermo fu conquistata, il 20 luglio le truppe borboniche furono sconfitte nella battaglia di Milazzo e si rifugiarono sul continente Fatto sta che a un certo punto, nei primi anni Ottanta, forti dall'avere a Palazzo Chigi un garibaldino come Bettino Craxi, i socialisti alla guida del Comune riescono a fare il colpaccio. Varano il progetto, trovano i soldi per partire e riescono addirittura a far venire il presidente del consiglio a Marsala per il via ai lavori. È il 14 giugno 1986. Caldo torrido. Sotto un sole furibondo Craxi esalta l'Eroe dei due mondi, posa la prima pietra e pronuncia le fatali parole: «Spero di poter collocare anche l'ultima». Non l'avesse mai detto... Due anni dopo, la magistratura bloccava i lavori su denuncia della capitaneria di porto di Trapani: l'area prescelta era di proprietà del demanio marittimo e l'opera, nonostante fosse stata approvata dall'ufficio tecnico di Marsala il 15 maggio 1984, era abusiva. Poche settimane e un dispaccio Ansa diceva: «La capitaneria di porto di Trapani ha ingiunto al comune di Marsala di demolire, entro trenta giorni, il basamento costruito su terreno del demanio marittimo sul quale doveva sorgere il monumento-museo in ricordo dello sbarco dei mille di Garibaldi avvenuto nel 1860. Nell'ingiunzione la capitaneria scrive tra l'altro che se il comune non ottempererà all'invito sarà la stessa capitaneria a procedere d'ufficio». Sono passati, da allora, ventuno anni e mezzo. E mentre spuntavano ogni tanto nuovi appelli a sbloccare i lavori e nuove proposte per rendere il ciclopico manufatto più leggero (e se si rinunciasse alle vele? e se si facessero le vele di metallo invece che di granito? e se queste vele suonassero al vento?) lo scheletro del Monumento ai Mille è degradato, degradato, degradato. Finché, come fosse un evento inaspettato e sorprendente, qualcuno si è battuto sulla fronte: «Oibò! È già arrivato il centocinquantenario!» Vabbé, amen, pensiamo al bicentenario... C'è il cadavere cementizio di un poderoso monumento, a Marsala, che testimonia in modo agghiacciante quale sia il rispetto del nostro Paese per la sua storia. È dedicato a Garibaldi e ai Mille, fu immaginato dopo la sbarco, promesso ai tempi del Duce, progettato per il centenario del 1960, iniziato con la posa della prima pietra da Craxi 24 anni fa, bloccato perché totalmente abusivo, sbloccato, ri-bloccato e abbandonato alle erbacce. Abbiano pietà: lo abbattano. Sempre meglio le ruspe che avere sotto gli occhi un mostro di calcestruzzo che insulta l'Unità d'Italia. Cosa sia oggi quel catafalco lo dicono le foto che pubblichiamo, del quotidiano on line Marsala.it diretto da Giacomo Di Girolamo: uno scheletro incompiuto di blocchi, pilastri, vasche di cemento armato il cui materiale, probabilmente peggiore di quello usato per l'ospedale di Agrigento (che doveva essere sgomberato perché pericolante mesi fa) è stato via via divorato dal tempo e dalla salsedine e dalle erbacce e ricoperto di coloratissimi e orrendi graffiti. Il tutto con l'aggiunta di mucchi di immondizia, cartacce e topi morti che hanno ridotto il contenitore a una oscena discarica. Fosse vivo, Giuseppe Garibaldi imbraccerebbe lo schioppo. E avrebbe ragione. Le vicende di quell'orribile manufatto «artistico» sono una sintesi di quanto ci fa talvolta arrabbiare l'Italia: megalomania, approssimazione, litigiosità, ottusità burocratica, contrapposizione di poteri, indifferenza per i tempi, disprezzo per il buonsenso... Cominciò tutto tantissimo tempo fa. Quando le autorità locali presero a sognare un monumento che ricordasse la cosa che, insieme con il vino liquoroso, rende celebre la cittadina: lo sbarco dai vapori Piemonte e Lombardo, la mattina dell'11 maggio 1860, dell'Eroe dei due mondi e dei suoi volontari decisi a cogliere l'occasione delle fibrillazioni anti-borboniche per tentare di travolgere il Regno delle Due Sicilie e arrivare all'Unità d'Italia. Quali progetti fossero i progetti iniziali non sappiamo. Certo è che già negli anni Venti lo scultore Ettore Ximenes, un grande della sua epoca autore di un altro paio di Garibaldi eseguiti per Pesaro e Milano nonché di opere sparse per il mondo come la statua di Dante a Philadelphia, aveva già consegnato al comune il basamento in granito per un monumento rimasto però solo allo stadio di progetto. Altri decenni di pensamenti e ripensamenti, finché non viene presa la solenne decisione: per il centenario dello sbarco dei Mille, il monumento deve essere pronto. Macché, arriva e passa anche quella ricorrenza. Lasciandosi dietro solo un progetto grandioso firmato dall'architetto Emanuele Mongiovì: «Due poppe di nave, in travertino e a grandezza quasi naturale, che si fondono in una sola prua a ricordare i due bastimenti dell'impresa, il Piemonte e il Lombardo, convergenti nell'unicità del Risorgimento». Misure: 70 metri di lunghezza per 26 di larghezza. Più «un albero maestro che si innalza per 47 metri». Più le vele: «Un panneggio marmoreo di 550 metri quadri. A prua, svettante per 5 metri, Giuseppe Garibaldi». E i soldi? Altri due decenni di rinvii e il sindaco socialista della cittadina, Egidio Alagna, lancia nel 1981, centoventi anni dopo lo sbarco, una pubblica sottoscrizione per raccogliere un miliardo di lire: «Noi mettiamo i primi cento». Ma la Regione Sicilia, generosissima con tutti, stavolta non ci sta. E dopo aver già bocciato il finanziamento nella legislatura precedente, lo boccia di nuovo. Ricorda la cronaca che gli oppositori addebitavano a Garibaldi «gli errori di uno stato accentratore, contro il quale la Sicilia avrebbe dovuto battersi sino al 1946 per ottenere lo statuto autonomistico» quindi un monumento a lui «per iniziativa della regione, significava negare quegli stessi valori che stanno alla base dell'autonomia». Le stesse accuse che spingeranno nel 2008 il governatore Raffaele Lombardo a teorizzare che «l'Unità ci è costata violenza, sangue e miseria» e invocare la rimozione di tutti «i simboli di una impostura chiamata Unità d'Italia» e incitare «cancellare Cavour il piemontese, qualche siciliano come Crispi che fece sparare sul suo popolo e Nino Bixio, il carnefice di Bronte».
Corriere della Sera
5 Gennaio 2010
Il monumento che insulta l'Unità d'Italia
GI
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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