Torna l'Apollo di Veio, dopo un accurato restauro, e si inaugura con una grande festa, il 14 luglio. Dopo aver ammirato in anteprima la splendida statua in terracotta policroma, risalente alla fine del VI secolo a.C., i 500 invitati saranno allietati da un concerto d'archi e da una cena allestita al fresco nella loggia affacciata sul Ninfeo di Villa Giulia. Dal 16 luglio l'Apollo sarà visibile anche al pubblico, non all'interno del museo etrusco, dove era ospitato dall'epoca del suo ritrovamento, nel 1916, ma nella sala dello Zodiaco, affacciata sul Ninfeo, dove è stato trasferito nel febbraio scorso per essere sottoposto alla ripulitura. In questi giorni, il restauratore Tuccio Sante Guido, che sta dando gli ultimi ritocchi all'Apollo di Veio, ogni tanto esce in giardino per ammirare la statua da lontano. A distanza, il volto del dio appare circonfuso da un'aura di serenità, le pieghe del mantello si susseguono con un ritmo leggiadro e tutto il corpo esprime una grande armonia. A uno sguardo più ravvicinato si nota invece la leggera asimmetria del viso, voluta dall'artista per rendere perfetta la visione dal basso. L'Apollo, alto un metro e 81 centimetri, era stato infatti concepito per ornare, insieme ad altre statue, la trave di colmo del tetto del tempio veiente dedicato a Menerva, considerato uno dei più importanti dell'Etruria e situato nella località che oggi è identificata come Portonaccio. Le statue, forse una dozzina, si ergevano a dodici metri di altezza e illustravano, in sequenza di due o tre, eventi mitici greci collegati almeno in parte con il dio Apollo. Il gruppo ritrovato nel 1916 comprendeva, oltre all'Apollo, anche Latona, Hermes ed Eracle e raffigurava una delle fatiche compiute da quest'ultimo prima della sua apoteosi tra gli dei dell'Olimpo: la contesa tra il dio e l'eroe per il possesso della cerva sacra di Delfi dalle corna d'oro, che vede Apollo perdente. La presenza di Hermes, del quale restano la splendida testa e forse anche parte del corpo, si spiega con la sua funzione di messaggero divino, per cui gli avvenimenti si devono solo al volere di Giove. Finanziati con 150 mila euro dalla Fit (Federazione italiana tabaccai), i lavori sono stati preceduti da indagini scientifiche che, una volta elaborate, dovrebbero rivelare la composizione dei minerali usati per la policromia, l'identificazione della cava di provenienza dell'argilla usata per comporre la statua, la temperatura raggiunta durante la sua cottura. «Per ora spiega Francesca Boitani, direttrice del museo etrusco - conosciamo l'epoca a cui risale lo splendido manufatto in terracotta, i cui moduli stilistici risentono di quel gusto ionico internazionale che caratterizza la cultura artistica, non solo etrusca, del periodo tardo-arcaico negli anni finali del VI secolo a.C.. Il risultato raggiunto tocca livelli espressivi altissimi, da attribuire ad un artista di grande talento. Si è pensato a Vulca, unico artista etrusco di cui si è tramandato il nome, iniziatore di una bottega di modellatori d'argilla, i cosiddetti coroplasti, che poi sarebbe diventata celeberrima». Quello stesso Vulca che, secondo Plinio e Varrone, sarebbe stato chiamato da Tarquinio il Superbo per costruire la quadriga del tempio di Giove Capitolino e da Tarquinio Prisco per eseguire il simulacro dello stesso Giove. L'Apollo di Veio, considerato uno dei capolavori dell'arte etrusca e famoso in tutto il mondo, dai tempi del ritrovamento non era stato più restaurato. Nel 1919, Cesare Falessi aveva assemblato i trenta frammenti venuti alla luce nella cava di tufo del Portonaccio intorno a un perno di ferro a forma di U, che oggi costituisce lo scheletro della statua. Nel 1944 fu aggiunto il braccio destro, ritrovato in un secondo tempo. Ora Sante Guido, che confessa di essere innamorato della statua fin dai tempi della scuola, l'ha ripulita con pazienza dai depositi di polvere e grasso, che si erano sovrapposti negli anni, con impacchi di acqua distillata e solventi volatili come alcol e acetone. Con il bisturi e l'aiuto di un microscopio ha rimosso invece le incrostazioni calcaree dovute alla lunga giacenza nel terreno. Hanno così riacquistato la loro nitidezza i colori utilizzati per dipingere la terracotta: il nero dei lunghi riccioli, il rosso violetto della pelle, l'ocra della tunica e del mantello. Con grande emozione Sante Guido ha scoperto sulla superficie interna dell'argilla i segni delle impronte digitali lasciati dall'artista. Ha ipotizzato che il corpo e la testa siano stati modellati in un'unica soluzione, in quanto non si notano giunture sulle superfici, mentre le braccia e le gambe appaiono realizzate separatamente e poi assemblate al tronco. Ha appurato che la statua venne cotta intera e che, per far evaporare l'acqua presente nell'argilla durante il forte innalzamento della temperatura (intorno ai 700 gradi), furono praticati tre fori, ancora visibili: uno al centro del dorso, che interrompe la lunga treccia centrale dell'elaborata capigliatura, gli altri due ai lati del sostegno. E alla fine, eliminata la patina di sporcizia che uniformava i colori della tunica e del mantello, il restauratore ha rilevato un'estrema raffinatezza dell'artista: quella di essere riuscito a diversificare i due tessuti sovrapposti con due differenti sfumature della stessa ocra.
Apollo di Veio, il dio ritrovato
Il museo etrusco di Roma ha inaugurato la mostra dell'Apollo di Veio, dopo un accurato restauro. La statua, risalente al VI secolo a.C., è stata restaurata dal restauratore Tuccio Sante Guido e sarà visibile al pubblico dal 16 luglio. La statua, alta un metro e 81 centimetri, era stata scoperta nel 1916 e rappresenta il dio Apollo in una posizione armoniosa. La mostra include anche altre statue etrusche, come Latona, Hermes e Eracle. I lavori di restauro sono stati finanziati con 150 mila euro dalla Fit e hanno comportato indagini scientifiche per identificare la composizione dei minerali utilizzati per la policromia e la cava di provenienza dell'argilla.
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