Il bisogno aguzza l'ingegno. Non ci resta che la saggezza popolare, di fronte ai bui orizzonti che si profilano, nel nostro paese, per gli enti che organizzano spettacoli e manifestazioni basando le loro entrate soprattutto su sovvenzioni pubbliche. Queste sovvenzioni non soltanto si sono progressivamente ridotte, aprendo grossi buchi nei bilanci, bensì sono destinate a subire - vedi il caso del FUS(Fondo unico per lo spettacolo) - ulteriori pesanti tagli, come previsto (per 400 milioni di euro) nel documento di lavoro che ha provocato le dimissioni del ministro Tremonti. Può darsi che Fini e Pollini impongano una revisione della manovra bis, con una riduzione dei sacrifici per parte dei clientes, ma che le casse siano semivuote è un fatto e impone una svolta strategica a amministratori, sovrintendenti, direttori (ne hanno parlato su questo giornale Walter Vergnano e Pietro Carriglio, sovrintendenti rispettivamente del Teatro Regio di Torino e del Teatro Massimo di Palermo). Le proteste sono, perciò, comprensibili. Sia per ragioni pratiche, nel senso che in molti di questi enti si mettono a rischio programmi, investimenti e posti di lavoro ; sia per ragioni ideologiche, perché s'infrange l'idea, radicata soprattutto nella sinistra, che sia bene usare il denaro pubblico per sostenere le attività culturali. Sotto la pressione dell'emergenza, è tuttavia lecita una domanda : la qualità della produzione, nel campo appunto della cultura e dello spettacolo, dipende dai costi? Detto in altre parole: costi più alti, per uno spettacolo, per una mostra, per una kermesse, ci danno una qualità migliore? Per fare un esempio al top, con un personaggio di raffinato spessore: l'alto livello della messinscena degli Ultimi giorni dell'umanità era possibile solo con costi che si sono ripercossi sulle successive stagioni della prosa torinese? Attorno a questi interrogativi, una volta posta la questione, ne girano altri: sono veramente, concretamente, i costi a fare la differenza nella qualità dell'allestimento di un'opera lirica, o di un concerto sinfonico, o di un balletto classico, a mettere una produzione in serie A o in serie C? Nel grande bailamme dei festival letterali eo musicali, organizzati sul modello dello spettacolo televisivo, si riconosce ancora un valore culturale che tenga uniti produzione e consumo, indipendentemente da dimensioni, costi, fama degli ospiti? C'è stato un tempo in cui il successo dipendeva specificamente dalla capacità di valorizzare genialmente le poche risorse disponibili. Rifuggendo dai moralismi, ci si può comunque chiedere se si possa fare di necessità virtù? In altre parole, è da escludere che si possa fare un grande spettacolo con pochi euro?