Zone industriali, abitazioni, hotel sono sorti in zone di esondazione e sono stati poi protetti ma l'acqua è incontenibile Dante forse ci ha visto giusto anche sul Serchio. Nella Divina Commedia lo cita infatti nel girone infernale degli imbroglioni. La storia, almeno quella recente, del fiume, stretto tra le Apuane e l'Appennino, che da Piazza al Serchio si snoda tra Lucca e Pisa fino alla foce vicino a Vecchiano, ha a che fare con l'imbroglio, le speculazioni, i piani di carta. Lui, il fiume, sia chiaro, è l'«imbrogliato», la vittima, verrebbe da dire. Terzo fiume per lunghezza (102 chilometri) della Toscana - dopo l'Arno e l'Ombrone -, il Serchio è sì un po' bizzarro e nervoso perché ha il vizietto di dar di fuori spesso e volentieri, ma è anche molto generoso. Alla sua acqua si abbeverano infatti lucchesi, pisani, livornesi e pistoiesi della Val di Nievole e anche d'estate, quando l'Arno e l'Ombrone soffrono la siccità, il Serchio non lascia a secco i suoi abitanti. Fiume generoso e anche prodigo di scenari e ambienti d'incanto, il Serchio è celebrato da scrittori e poeti: «Tu vedi lunge gli uliveti grigi che vaporano il viso ai poggi, o Serchio, e la città dell'arborato cerchio, ove dorme la donna del Guinigi...», canta ad esempio Gabriele D'Annunzio. Quanto costa il Serchio...Sì, è vero che c'è anche il detto toscano «è costato quanto il Serchio ai lucchesi», ma si riferisce al passato quando, spiega Raffaele Nardi, segretario dal 1990 dell'Autorità di bacino del fiume, Lucca (e in misura più modesta anche Pisa) spesero fiori di quattrini per costruire attorno alla città (da Ponte a Moriano a Ripafratta) argini grossi per ripararla dall'alluvione sempre in agguato. Nel XVI secolo Lucca affidò la sistemazione del Serchio ad un'apposita magistratura e anche nel '700 e '800 furono fatti lavori importanti, spiega Nardi. E nella basilica di San Frediano a Lucca c'è un dipinto che raffigura il santo mentre devìa il corso del fiume per evitare che le esondazioni colpissero la città. Immagine sacra che dà la misura dell'impegno profuso dai lucchesi per arginare il Serchio. Cemento selvaggio. Oggi, purtroppo, scuote il capo Nardi non è così. Negli ultimi decenni il Serchio è stato preso d'assalto dalla speculazione edilizia e quando, nel 1990, si è deciso di porre rimedio alla cementificazione selvaggia è stato troppo tardi. Abusi, imbrogli e imperizia hanno devastato il corso del fiume da Piazza al Serchio, a Castelnuovo Garfagnana, Fornaci di Barga, Gallicano, Coreglia, Fornoli, Borgo a Mozzano fino a Vecchiano. Quando è stata istituita l'Autorità di bacino con Nardi al comando, l'imbroglio era già stato consumato: al Serchio sono stati rubati migliaia di ettari di terra ed è stato imprigionato in una sorta di camicia di forza. «Sono state costruite in territori, che poi con il piano abbiamo vincolato, intere zone industriali e anche molte case, villette e strutture ricettive», denuncia Nardi. Il Piano di Nardi. Nel 2001 è stato varato dall'Autorità di bacino del Serchio, una struttura di circa 40 dipendenti per un costo annuo che si aggira sui 700 mila euro, il piano di salvaguardia del fiume. Che - per dirla in breve - disegna una mappa delle zone più a rischio, definite in base anche alle esondazioni subite nel corso degli anni. Lì non si può costruire e il divieto, spiega l'assessore regionale all'urbanistica Riccardo Conti, è stato fatto proprio da tutti i piani di Regione e Provincia di Lucca. Solo 4 milioni su 500... Il piano di Nardi non contiene solo divieti, ma anche un programma di interventi per rafforzare gli argini e mettere in salvaguardia il Serchio. Per realizzare il piano occorrono cinquecento milioni, ma sono arrivati dallo Stato ad oggi solo quattro milioni. Basta fare due conti per capire lo scandalo: i danni provocati dall'alluvione di Natale, provocati dallo strappo degli argini del Serchio, in località Nodica, nel comune di Vecchiano, ammontano ad una stima di ieri (ma destinata a crescere) a trecento milioni. Cioè una cifra che si avvicina al costo del piano. E i soldi arrivati da altre fonti, come i 12 milioni di euro previsti nel 2004 dall'allora ministro dell'Ambiente Matteoli per la zona di Massarosa, non stati spesi perché mancava la pianificazione. Insomma, dove ci sono i piani non arrivano i soldi e dove vengono stanziati i soldi (pochi) mancano i progetti...