OGGI in Europa è in atto una vera e propria «guerra delle lingue», come l'ha definita Louis Jean Calvet in un suo fortunato libro, a cui sono seguiti «La guerre des langues en Europe» di Yvonne Bollman (Bartillat, Paris, 2001) e «Words of thè World» di Abram de Swaan (Blackwell, Oxford, 2001), che disegna in modo esauriente il sistema di riferimento delle lingue del mondo. Dalle graduatorie che l'Unesco fornisce anno per anno si evince che francese, tedesco e spagnolo competono egregiamente con l'inglese, a cui non hanno intenzione di cedere minimamente. Il francese mantiene le sue posizioni, in Canada per esempio e in Africa, ed il tedesco, che domina nell'Europa Orientale, è presente perfino nel continente africano( Namibia), mentre, come si sa, l'italiano in Somalia è ormai marginalizzato. Non parliamo dello spagnolo che minaccia la supremazia dell'inglese perfino negli Stati Uniti. Anche lingue minori come il danese cercano il loro rilancio internazionale e si attrezzano per limitare i danni della globalizzazione linguistica. Solo l'italiano secondo alcuni dovrebbe rassegnarsi a scomparire della scena e diventare, forse, una lingua morta. Diventa perciò ineludibile rendere lo Stato corresponsabile delle sortì della lingua nazionale, che va tutelata prima di tutto all'interno, nella consapevolezza che, come recita un rapporto dell'UNESCÓ del 1995 «apertamente o no, le decisioni sulla lingua e il suo uso sono prese ovunque, allo scopo di valorizzarle o svalutarle, per avvicinare gli individui o per allontanarli, per contribuire a una loro comprensione più profonda o a un loro distacco». Sarebbe difficile trovare oggi nel mondo un Paese che non abbia una politica linguistica, ed anche quei governi che hanno fatto finta di non averla come in Italia il precedente governo di centro-sinistra hanno preso decisioni, e non di poco conto, sulla lingua. Se Kemal Ataturk non avesse riformato l'ortografia turca nel 1928, oggi i turchi seguiterebbero a scrivere con l'alfabeto arabo In realtà proprio il caso dell'italiano rappresenta una clamorosa smentita a chi seguita a considerare lo Stato come una specie di spauracchio. Una lingua letteraria, che non era neppure una "lingua franca" (ancora Tommaseo la definiva nel suo dizionario "lingua scritta"), è diventata lingua parlata di uso nazionale dopo l'unificazione grazie allo Stato che ne ha curato la diffusione attraverso l'istruzione pubblica, l'amministrazione e la stessa stampa. Questo processo seguitò in modo coerente, anche se non sempre felice, sotto il fascismo, attraverso la radio, per esempio, e si interruppe bruscamente nel dopoguerra, quando, come si sa, l'italiano fu messo tra parentesi dalla nuova Costituzione. Una scuola ancora salda e dei media educati alla norma mitigarono in parte le conseguenze di questa decisione. Ma la situazione precipitò dopo il '68,quando all'indifferenza ufficiale subentrò l'aggressività delle ideologie che vedevano nella nostra lingua uno strumento di egemonia, di oppressione sociale, finché, recentemente, come sappiamo, lo Stato ha sposato la causa delle cosiddette "minoranze linguistiche", tutelate se non proprio contro certo in absentia della lingua nazionale, che non pochi ritengono mani-polabile a piacere. Non dico niente di nuovo affermando che il carattere normativo è implicito nella nozione stessa di lingua nazionale. Grammatiche e dizionari sono stati da sempre gli strumenti attraverso i quali le lingue nazionali si sono formate e consolidate. Basta pensare al francese, al fiorire di grammatiche nel Cinquecento, che è l'epoca in cui si fissa la lingua letteraria. «Il particolarismo, l'espressività - scriveva Giacomo Devoto - sono, fino a un certo momento, virtù naturali. Ma, senza l'accettazione di una comunità superiore, integratrice, normatrice, le lingue o rimangono dialetti o si riducono a balbettii. Vengono meno all'esigenza fondamentale di essere il cemento essenziale di una comunità nazionale». Il Consiglio Superiore della Lingua Italiana, di cui si discute in Senato, è oggi chiamato a restituire agli italiani quella coscienza linguistica che in altri Paesi europei non è venuta mai meno e che rappresenta la «conditio sine qua non» per il rilancio della nostra lingua in Europa e nel mondo.
Allo Stato la salvaguardiab della lingua italiana
In Europa, ci sono diverse lingue che competono per la supremazia, tra cui il francese, il tedesco, lo spagnolo e l'inglese. L'italiano, invece, è considerato una lingua in declino. Lo Stato è responsabile della tutela della lingua nazionale, che va protetta all'interno e all'estero. La politica linguistica è presente in molti Paesi, anche in quelli che hanno finto di non averla. L'italiano è diventato una lingua parlata nazionale grazie allo Stato, ma è stato messo tra parentesi dalla Costituzione dopo il dopoguerra. La situazione è precipitata con l'aggressività delle ideologie che vedevano la lingua come strumento di egemonia.
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