Il decreto varato alla vigilia di Natale trasferisce agli enti locali il patrimonio da mettere sul mercato Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra. Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora allesame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti. E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare «la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica». Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo". Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge allarticolo 4. Lopposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione. Laltra norma controversa è quella che semplifica le procedure per lattribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): «Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia». In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dellAgenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26 del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia. Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato allincuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nellincertezza delle competenze e delle responsabilità. Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo dItalia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità. Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha lautorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale dinteresse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese? Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare limpatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante liter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, lesclusione dei beni storici e artistici dallelenco delle dismissioni; dallaltra, lintroduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali. Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente unarea abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.