OSPEDALE VECCHIO Lo studioso interviene sul recupero del complesso storico «Basta con gli atomismi». Sulla polemica circa il restauro tramite «project financing» dell'Ospedale Vecchio interviene Bruno Zanardi. Docente all'Università di Urbino e autore di saggi. Da molte parti si sono levate nei giorni scorsi polemiche sul progetto di restauro del cosiddetto Ospedale Vecchio. Un progetto promosso dal Comune di Parma, che mira alla costruzione d'una seconda «Cittadella della cultura» in città: dopo quella aperta due anni fa nel plauso generale, dedicata alla Musica, che in questo caso sarebbe una «Cittadella della Carta e del Cinema». Allievo di Giovanni Urbani e Federico Zeri, Zanardi è considerato uno dei più importanti restauratori. Tra i suoi lavori vanno ricordati la complessa pulitura del Battistero cittadino (1982 -'86), i restauri del Duomo di Orvieto e, a Roma, del Sancta Sanctorum di San Giovanni in Laterano e della Colonna Traiana. Intendiamoci subito. Il problema non è affatto di semplice soluzione visto che si tratta d'intervenire sull'immensa superficie di 22.000 mq - di uno dei più gloriosi edifici storici di Parma. Fondato da Rodolfo Tanzi nel 1201, la sua attuale facies si deve soprattutto alla completa ricostruzione avvenuta tra il 1-177 e il 1511, in ottemperanza a una bolla con cui. nel 1 171. papa Sisto IV della Rovere aveva imposto la riunione in questo ospedale di tutti gli altri ospedali presenti in città, nonché al suo riammodernamento voluto nel 1757 da Filippo di Borbone. che ne ampliò la ricettività fino a ospitare 500 infermi. Ma anche si deve alle vicende accadute ai monumento dopo la sua dismissione nel 1926, quando venne inaugurato l'attuale Ospedale Maggiore di via Granisci. Da allora, infatti, fu destinato a caserma militare, per poi divenire, al termine della seconda guerra mondiale, in una parte, la nuova sede dell'Archivio di Stato, essendo stata la sede originaria della Piletta bombardata nel 194--I: mentre il resto dell'edificio divenne una speciale città nella città, abitata da un variopinto popolo di sfollati e senza tetto reso autosufficiente da orti, pozzo, macelleria, stagnino, falegname, vetraio, tipografia, circolo poi1 giocare a carte, e tutto quant'altro servisse. Entriamo adesso nelle discussioni di questi giorni, osservando per prima cosa come la dichiarazione di lesa maestà dello Stato, da molti pronunciata, affondi le proprie radici nella ratio solo in negativo della legge di tutela 1089 promulgata nel 1939 ( d.lgs. 49099). Una legge rimasta in vigore 65 anni. cioè fino a quando, due mesi fa, è uscito il nuovo Codice dei beni culturali che va sotto il nome del ministro Giuliano Urbani. Quella del 1939 era una legge fortemente autoritaria, perché pensata per uno Stato con ancora il Re e il Duce, e per un Paese il cui patrimonio artistico quasi tutto pubblico aveva in grandissima parte mantenuto la sua originaria funzione d'uso e in più si trovava in una condizione ambientale poco o per nulla perturbata. Quindi una legge che poteva permettersi di fare della tutela soprattutto una questione di noti fiche, divieti, limitazioni d'uso e quant'altri provvedimenti solo in negativo da applicare in modo casuale e discrezionale a proprietà di privati, istituzioni o cittadini che fossero, senza al contrario mai indicare quali fossero gli ambiti organizzativi e tecnici per intervenire sul patrimonio artistico pubblico in positivo. Da qui il giudizio sulla 108939del padre nobile del diritto amministrativo repubblicano, Massimo Severo Giannini, come di una legge che faceva della tutela del patrimonio pubblico un atto "facoltativo". Detto questo, va per prima cosa sottolineato che, in termini culturali, 65 anni di «tutela facoltativa» hanno creato l'abitudine di tutti, addetti ai lavori e non. a ritenere che alla conservazione dei monumenti provveda la naturale forza d'inerzia con cui essi sono a giunti a noi: e non noi stessi con azioni coerenti e commisurate allo scopo. Se poi a questo si aggiunge che, come diceva un filosofo, «l'arte tutti sanno che cosa sia», si possono ben comprendere le ragioni della generale convinzione che sui problemi di conservazione, e restauro chiunque possa esprimere giudizi. Da qui i dibattiti popolari che si sono visti in questi ultimi decenni, cioè dall'intervento sulla Sistina in poi: adesso per l'Ospedale Vecchio. Dibattiti sempre e solo conclusi con il rimpianto dell'immagine storica perduta, vale a dire quella che la solita naturale forza d inerzia della storia ci aveva casualmente consegnato. Entriamo adesso più nel tecnico, chiedendoci se a fronte delle così violentemente mutate condizioni socio-ambientali del Paese in questi ultimi cinquant'anni, a fronte cioè di una così diffusa dismissione delle originarie funzioni d'uso dei nostri monumenti, delle sempre più imponenti variazioni nella distribuzione della popolazione sul territorio e nei centri storici o dell'avvento dell'inquinamento industriale, si possa ancora credere che il problema del restauro vada affrontato fidando più nell'autonoma forza del sentimento della storia che nello svolgimento di atti tecnici razionali e coerenti. Magari chiedendoci anche se sia davvero possibile conservare i esistente con azioni di restauro senza, modificarne I aspetto. K poi. perché questo esistente va conservato così com'è? Tre domande a cui si può rispondere, partendo dalla prima, come sia prima ancora inutile più che impossibile conservare un esistente in continua variazione rispetto alle sue condizioni di contorno sia macro che micro-storiche; e per quest'ultime si pensi alla così mulatti composizione sfidale degli aiutanti, oggi, della zona adiacente ali Ospedali1 Vecchio e come questa sìa ricaduta nelle non esaltanti vicende, per cosi dire abitative, del monumento. Circa la seconda domanda si può in tutta tranquillità osservare come sia di nuovo impossibile restaurare una qualsiasi cosa senza contestualmente modificarne l'aspetto in modo più o meno risoluto. E che la questione non cambia se qualcuno opponesse il caso di voler conservare un monumento in rovina in quanto tale, come in parte è l'Ospedale Vecchio, visto che ciò che per definizione non si può conservare è proprio la rovino. E appunto l'impossibilità di conservare una rovina toglie in partenza ogni sen.so allo stesso interrogativo dell'ultima domanda: perché debba conservarsi l'Ospedale Vecchio com'è oggi. Ma se le cose stanno davvero così, in che modo si possono volgere in positivo le polemiche in atto? Un quesito che ha una sola e breve risposta. Prendendo atto, la parte della cittadinanza avversa all'annunciato restauro, che l'Italia del 1939 (quella della 1. 1089) semplicemente non esiste più, così come esiste più la Parma del 1939. E che la partita che sta davanti non solo a Parma, ma ali Italia intera, è quella di formalizzare gli aspetti organizzativi generali e le conseguenti azioni razionali e coerenti, utili a conservare in concreto, e non solo idealmente, il nostro patrimonio artistico moumentale. Che e poi il passaggio dalla visione solo in negativo (more 108939) della tutela a una sua visione in positivo. Restando al caso dell'Ospedale Vecchio si tratta insomma di prendere atto: 1) che il piano del Comune si limita a razionalizzare la stessa utilizzazione di contenitore che all'Ospedale Vecchio è stata assegnata dal dopoguerra in poi in modo del tutto casuale, sia con il ricovero forzato dell'Archivio di Stato, sia con I uso umanitario in senso abitativo, commerciale e financo industriale: ad esempio, qui Camillo Catelli ha saldato le sue primissime caldaie per la conserva; 2) che qualsiasi monumento architettonico si salva solo facendone una macchina di cui tutti i suoi volumi «lavorino». Dove il lavoro di un'architettura è essere il confortevole luogo dell'abitare degli uomini: e infatti abitare i monumenti appare la fondamentale premessa per la loro conservazione, raccomandata perciò da tutte le carte del restauro dei monumenti, e prima ancora da ogni logica. Senza poi contare che la caduta del Muro di Berlino ha chiuso per sempre la festa dell'Italia. nel senso che i debiti adesso vanno pagati con i nostri soldi: e questo significa che - fatte le debite eccezioni che sono certamente più il Colosseo o la Basilica di Assisi che l'Ospedale Vecchio - un Paese quale è l'Italia, con un debito pubblico immenso, non può più permettersi di intervenire sul proprio patrimonio monumentale contando sulla sola finanza pubblica: di qui 1 impiego sempre più generalizzato, cioè non solo a Parma, della tecnica del project- financing per realizzare i lavori. Ma è discorso, questo, che non tocca comunque la sostanza del problema in esame. Una volta preso così atto del fine eminentemente conservativo, in senso positivo cioè attivo, dell'intervento previsto sull'Ospedale Vecchio dal Comune di Parma, appare l'altra faccia della medaglia, sulle quale la parte avversa al restauro può giocare un importante ruolo attivo di tutela nel senso d'una vigilanza collaborativa, me anche, se serve, polemica. Vigilare cioè sulla qualità e sulla correttezza degli interventi, di restauro e non, che si andranno a fare. Porto tre esempi. Il primo, riguarda la restituzione critica « estetica delle immense superfici architettoniche da restaurare. Si è detto prima come sia impossibile intervenire su un monumento senza contestualmente modificarne l'aspetto. Ciò vale, restando a due casi cittadini, per la quasi completa cancellazione della fase otto-novecentesca della Galleria Nazionale prodotta dal recente restauro, per molti versi giustamente lodato, di Guido Canali, nonché per lo stravolgimento dell'architettura classicista del «Casinetto Petitot» ottenuto dall'ancora più recente restauro con un tinteggio industriale da condominio, peraltro nella più completa indifferenza generale. Ebbene, tenuto conto degli esiti dell'uno e dell'altro caso, la parte avversa potrà vigilare perché il secondo caso non si dia all'Ospedale Vecchio; e forse nemmeno il primo, vista l'inapplicabilità dello «stucco lucido», così vastamente e per certi versi impropriamente usato in Piletta, alle pareti tardo-quattrocentesche dell'Ospedale. Il secondo esempio riguarda la necessità di vigilare perché l'Archivio di Stato conservi la sua sede di rappresentanza nella vasta dimensione degli oltre 1.000 mq che gli sono stati assegnati nel progetto del Comune, vale a dire i due bracci della «Crociera» già oggi perfettamente agibili. E anche vigilare che davvero la nuova, seconda sede che gli si vuole destinare abbia gli strumenti tecnologici e la capienza atti a conservare i moltissimi documenti e carte che oggi debordano dai suoi scaffali fino a talvolta giacere a mucchi sui pavimenti dell'Ospedale Vecchio. Ciò nella consapevolezza dell'importanza di servizio pubblico che è ogni archivio, di Stato e non. e della pressoché costante inadeguatezza strutturale delle sedi in palazzi storici in cui questi sono stati quasi sempre relegati. In altre parole, vigilare perché l'attività dell'Archivio di Stato non abbia interruzioni, e che anzi nella vecchia sede, come nella nuova, possa raggiungere standard di qualità sempre migliori per il pubblico. L'ultimo esempio è sul rigoroso controllo da esperire che davvero tutti gli spazi monumentali vadano, come promesso, al Comune, lasciando gli altri al partner privato del project financing. E ciò anche considerando come sia costante la tendenza del patrimonio monumentale affidato ai privati a ritornare in mano pubblica, perché impossibile da mantenere in termini di costi di gestione. Lo dimostrano i numerosissimi casi in Italia di castelli e palazzi passati in questi ultimi decenni appunto dal privato al pubblico: per ultimo, restando vicino a Parma, il castello di Varano M elegai i. Solo così operando si riuscirà a raggiun gere quest'altra così importante tappa di Parma verso la dimensione europea che oggi le compete, non salo per la sua storia e bellezza, ma anche per il suo nuovo ruolo -decisivo per il futuro stesso della città - di sede dell'Authority alimentare. Vale a dire operando, Amministrazione Comunale e opposizione, perché il restauro dell'Ospedale Vecchio possa alla fine confermare la validità di una nota quanto impeccabile affermazione del grande economista inglese Keynes; ovvero che in campo urbanistico i più vantaggiosi effetti di sviluppo si ottengono solo mirando a rendere più belle le città. Quindi, per favore, smettiamola con le grida allarmistiche su «stravolgimento estetico», «sfratto della cultura», «speculazione edilizia» e quant'altro. Grida che appaiono solo semplificazioni, o meglio slogan, validi per gli anni '60, ma oggi un poco datati; e che in più, nel loro non corrispondere al vero, inevitabilmente innescano risposte irritate e trancianti. E s'inizi invece a lavorare. Tutti insieme per il bene della città.