Gli urbanisti: segnale di rilancio. Gli architetti: un bel progetto ma non siamo ad Hong Kong MILANO I tre grattacieli che sorgeranno sull'area della vecchia Fiera campionaria 2014 Il progetto Fiera è cosa fatta, ma fatta del tutto non è. Dopo mesi di selezione per premiare qualità e offerta, oppure offerta e qualità a seconda se parlino la Fiera e le istituzioni oppure «gli architetti» e le opposizioni, per le «tre caravelle» di Libes Mind, Hadid e Isozaki alte il doppio della Madonnina, ora viene «la prova» della città. Parlano i primi critici e, soprattutto, parleranno i rappresentanti dei cittadini: ovvero il consiglio comunale quando il progetto verrà portato in aula. L'assessore Gianni Verga sembra tranquillo: «Bisogna presentarlo in consiglio per approvarne il Piano integrato di intervento. Ma per me la trasformazione della Fiera è necessaria per una città pratica come Milano che è capace di trasformarsi e di rigenerarsi». Per ora il progetto non è ancora all'ordine del giorno, anche perché domani bisogna già approvare il Piano per la nascita di Montecity di Zunino e Foster, i secondi classificati alla gara della Fiera. Ma Gianni Occhi, di Rifondazione, fa già canire che le opposizioni non hanno alcuna intenzione di ratificare il progetto senza discuterne. «Noi abbiamo già presentato un ricorso al Tar spiega Gianni Occhi perché la volumetria stabilita per questi palazzi è incompatibile con le leggi, sono troppo alti rispetto all'intorno. Hanno usato un indice volumetrico di 1,15 metro quadro su metro, quando in genere l'indice è 0,65. Montecity, ad esempio, è 0,64. Unica eccezione è l'area Garibaldi-Repubblica, dove hanno fatto 0,65 perle residenze private e 1 per gli spazi pubblici. Fiera può vendere entro fine luglio, ma il Piano deve essere approvato dal consiglio». Vedremo anche quale sarà la posizione della Lega («Ne discuteremo domani pomeriggio in sede», dice Matteo Salvini) di fronte al fatto che il costruttore Lamaro di Roma, attraverso il rappresentante della proprietà Claudio Toti, ha dichiarato che «i lavori saranno seguiti da Roma» e che la società non ha una sede milanese: «Costruiamo da cent'anni, abbiamo fatto interventi anche più estesi anche se mai, ovviamente, abbiamo costruito grattacieli così alti». Ci sono poi le indiscrezioni. Con quel «mi aspettavo più parco», il sindaco Gabriele Albertini ha forse lasciato intendere che preferiva altri progetti? Forse quelli della short-list di Piano e Poster? Oppure quello della italo-franc-se Green-Way Parco delle esposizioni firmato da Buffi-Desvigne-Rota che, si è scoperto, aveva l'offerta più alta (550 milioni) e il parco più grande (16 ettari con 4 ettari d'acqua)? In città il dibattito architettonico è appena al via. Gillo Dorfles ha approvato i grattacieli come «nuovi segni necessari per una città piatta». Anche l'estetologo Stefano Zecchi, presidente di giuria nel concorso che ha premiato il grattacielo di Pei per la Regione Lombardia, afferma di «apprezzare Libe-sMnd, capace di progettare questi grandi segni». Con loro molti altri. Ma giungono anche al cune velate critiche. Non stiamo andando verso una città della globalizzazione che si spersonalizza? «Da una prima osservazione afferma Mario Botta, il progettista della nuova Scalaio preferivo il progetto di Renzo Piano; era più consapevole della città storica. Costruiva un pezzo di Milano, che non è Hong Kong o Dubai. Ma forse Milano vuole andare in una dirczione internazionale e globalizzata, ma mi chiedo con quale consapevolezza. Piano divideva bene il parco dalla parte urbanizzata». Lo sostiene anche il critico di design, Aldo Colonetti: «Mi sembrano un po' anonimi e adatti in qualsìasi luogo. E poi la corsa ai grattacieli si sta inflazionando: a Milano vanno bene alcuni grattacieli, ma qui tre. Se sì cercasse la globalizzazione sarebbe un difetto, una scorciatoia per arrivare alla città moderna». Ma il dibattito è appena all'inizio.