In casa di Giuseppe Savarese otto anfore provenienti da una necropoli pugliese. Un patrimonio inestimabile: lo ha deflnito così il perito della Sovrintendenza nominato dalla Procura nel corso delle indagini sulla presunta «talpa» delle indagini sui grandi appalti. Un patrimonio sequestrato in casa di Giuseppe Savarese, il poliziotto finito in cella per una presunta violazione del sistema informatico della Dia. Ed è toccato proprio agli agenti di via Pontano lavorare sui reperti trovati in casa di Savarese, nel corso di una vicenda che sta facendo emergere ormai da mesi l'altra faccia dell'agente di polizia finito sotto indagine. Un'inchiesta condotta dal capocentro Dia, il vicequestore Maurizio Vallone, in piena sintonia con la Dda dell'aggiunto Rosario Cantelmo. Qual è l'ultima nuova sul conto della presunta «talpa»? A cosa fa riferimento l'ultima traccia dell'informativa Dia sul poliziotto in cella dallo scorso settembre? Lo ha messo ieri nero su bianco un consulente d'ufficio nominato dalla Procura - inchiesta condotta dai pm Enzo D'Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli - per fare luce sul materiale sequestrato in casa di Savarese. In un comunissimo appartamento della zona ospedaliera, l'agente aveva quattordici pezzi, tra anfore e vasi antichi: otto di questi esemplari sono stati catalogati ieri mattina come «patrimonio inestimabile», vale a dire senza prezzo visto l'alto contenuto artistico. Abbastanza decisa anche la datazione compiuta dal tecnico della Sovrintendenza ai beni archeologici: gli otto pezzi risalgono a un periodo compreso tra il settimo e il secondo secolo avanti Cristo, molto probabilmente riconducibili a una necropoli pugliese. Arte italica delle origini, con probabili contaminazioni della civiltà greca, all'epoca egemone nel tacco della penisola. Sono patrimonio dello Stato, ma erano in bella mostra sugli scaffali di una casa in zona Monaldi. Opere d'arte detenute illecitamente - ipotizzano gli inquirenti - possibile l'accusa di ricettazione. Inchiesta in corso, sorprese all'ordine del giorno. Lui, in cella nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, non ci sta e ribadisce la tesi del complotto. Difeso dai penalisti Dario Russo e Francesco Cioppa; Savarese va considerato estraneo a ogni accusa fino a un'eventuale prova contraria. Deve difendersi dall' accusa di aver reso pubblica la cartella «set», contenente decine di schede personali e intercettazioni ancora segrete. E l'inchiesta «Fedra», quella dei grandi appalti e dei presunti faccendieri di Stato su cui in parallelo l'attenzione resta alta, con un'istruttoria che macina interrogatori e atti garantiti. Un pozzo senza fondo, che ha restituito per ora solo l'altra vita di un agente Dia, capace di svolgere indagini private e di collezionare con la stessa disinvoltura atti giudiziari dell'archivio Dia e opere d'arte di valore inestimabile.