Quasi come un dono di Natale alla città di Viterbo sono state restituite le due tavole di Sebastiano del Piombo, pittore veneziano (1485-1547), Pietà e Flagellazione. Infatti il rientro a casa, festeggiato all'Università della Tuscia dell'urbe etrusca da autorevoli studiosi il 18 dicembre scorso con il convegno "L'arte restituita", si incentrava soprattutto sulle nuove teche per proteggere le opere dai danni del tempo e dall'incuria dei visitatori. La Pietà è stata sottoposta per lunghi anni ad un delicatissimo restauro che l'ha riportata allo splendore originario ed ora fa pendant con la Flagellazione in una sala del Museo cittadino, appositamente allestita dall'architetto Fianco Minisi. Dopo la prima grande mostra monograflca dell'artista veneto, acerrimo rivale di Raffaello, inaugurata il 7 febbraio 2008 a Palazzo Venezia di Roma e successivamente il 27 giugno alla Gemäldegalerie di Berlino, la Soprintendenza per il Patrimonio Storico ed Etnografico del Lazio, per salvaguardare al meglio i due capolavori del Museo Civico viterbese, ha racchiuso le opere entro queste vetrine protettive, grazie al contributo della Fondazione Carivit e il supporto di Mondo Mostre. L'assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, nell'ambito della sua valorizzazione del patrimonio di Viterbo, ha sostenuto l'iniziativa di promozione della restituzione dei capolavori piombeschi: Roma voleva tenerseli in bella mostra in uno dei suoi poli museali. Oggi sono visibili al pubblico nel riaperto Museo Civico, danneggiato nel 1950 per il crollo di parte delle mura perimetrali e non ancora del tutto riedificato, con visite guidate dalle oro 14.30 alle 19.30. Si tratta di opere ad olio di vaste dimensioni che, così collocate, appaiono della stessa grandezza: "Pietà" cm 247,5 x168,5; Flagellazione 246 x 189,5. Dietro alla Pietà vi sono segni e schizzi ancora ben visibili, di natura didattica che gli studiosi in gran parte voglio riferiti a Michelangelo, amico dell'artista e grande assertore della sua opera, così pure sulla Flagellazione. Certamente, nonostante la devozione verso il maestro Buonarroti, che molto lo aiutò per proteggerlo dalle maldicenze del Sanzio che lo avversava, i dissapori fra loro non mancarono e lo stesso Michelangelo, pur avendogli tenuto a battesimo un figlio, per alcuni anni che precedettero la morte lo ritenne un nemico. Le tendenze michelangiolesche, sia in arte che nella vita privata, nelle due opere si vedono tutte e sono messe ben in risalto. Omosessualità a parte, in entrambe le composizioni, sia il Cristo adagiato per terra, ai piedi della Madonna che leva al cielo gli occhi esprimendo dolore di madre, e Gesù alla colonna, i corpi sono levigati e sensuali, pervasi da una luce radente che ne evidenzia le fattezze perfette. La Vergine, al contrario, è rappresentata seduta, effigiativamente rude, quasi contadinesca, e con volto da maschio. Il paesaggio notturno, addensato e grumoso incombe sulla composizione, a ridosso della quale si tratteggiano le terme sulfuree ancora esistenti. Oltre all'aspetto legato al supremo valore estetico dei dipinti, i caratteri di unicità sono riscontrabili anche a livello iconografico, stilistico e storico. Il ben informato Giorgio Vasari così riferisce sulla genesi della Pietà: «Stando le cose in questi termini, ed essendo molto, anzi in infinito, in alzate e lodate alcune cose che fece Sebastiano per le lodi che a quelle dava Michelangelo, oltre che erano per sé belle e lodevoli; un messere non so che da Viterbo, molto riputato appresso al papa, fece fare a Sebastiano, per una cappella che aveva fatto fare in San Francesco di Viterbo, un Cristo morto con una Nostra Dame che lo piange. Ma perché, sebbene fu con molta diligenza finito da Sebastiano, che vi fece un paese tenebroso molto lodato, l'invenzione però ed il cartone fu di Michelangelo, fu quella opera tenuta da chiunque la vide bellissima; onde acquistò Sebastiano grandissimo credito, e confermò il dire di coloro che lo favorirono». La Pietà è databile dalla storiografia intorno agli anni 1513-16, mentre la Flagellazione viene ultimata nell'aprile del 1525. Come dicevamo non tutti gli storici d'arte sono concordi cori il Vasari nel ritenere che i cartoni e gli appunti dietro alle pale siano di Michelangelo. Sta di fatto che Sebastiano del Piombo fosse poco incline al disegno e questo spiegherebbe gli interventi michelangioleschi e l'ammirazione che lo stesso aveva per il più grande genio del Rinascimento. A sostegno di quanto riportato, Luigi Lanzi (Storia pittorica della Italia, Bassano 1809) scrive: «Può sospettarsi che fosse aiutato nell'invenzione; sapendosi che Sebastiano non aveva da natura sortita prontezza d'idee, e che in composizioni di più figure era lento, irrisoluto, facile a prometter, difficile a cominciare, difficilissimo a compiere».