altra italia - LE CARTE DELLA FRANA A L'AQUILA Il Vajont «SALVATO» L'unico angolo dell'Archivio di Stato della città abruzzese sopravvissuto al sisma è stato quello che conteneva la storia del disastro del 1971 in Veneto. Testimonianze, verbali processuali, perizie, indagini geologiche. Faldoni dimenticati per 30 anni e riscoperti proprio grazie al terremoto BELLUNO I morti del Vajont sotto le macerie dell'Abruzzo. Duemila cadaveri fuori dal conto del terremoto riemergono dopo 46 anni, tra i calcinacci dell'Archivio di Stato dell'Aquila. È la memoria storica e giudiziaria della "madre" di tutte le stragi annunciate, salvata dalla blindatura di un angolo di scantinato che ha resistito ai crolli del sisma del 6 aprile. L'unica "vera", univoca, storia del disastro di Longarone, sepolta viva subito dopo la sentenza che chiuse il processo alla «diga maledetta» nel 1971. Dopo mezzo secolo di inquinamenti, distorsioni, depistaggi, tentativi di revisionismo storico e manovre di occultamento "tecnico", tornano a Belluno dove le udienze sul disastro della Sade erano state «scippate» per legittima suspicione con la chiusura della fase istruttoria. Sugli scaffali i 240 faldoni del memoriale Vajont occupano oltre 40 metri lineari. Documenti parzialmente ammuffiti, compromessi dal tempo, dall'incuria umana e dall'umidità dei sotterranei aquilani. Ma si tratta di un «fondo» incredibilmente completo. Nei fascicoli su Longarone c'è davvero tutto: testimonianze, verbali processuali, perizie idrauliche, indagini geologiche, tabulati telefonici, disegni, tavole tecniche e schizzi a matita. Le parole dei vivi catalogate insieme alle immagini dei morti. Faldoni rimasti rinchiusi in un sottoscala per oltre trent'anni, fino al giorno del terremoto, quando sono stati recuperati dopo il crollo di parte dell'archivio abruzzese. A inizio dicembre, un camion scortato dalla Polizia stradale li ha riportati all'Archivio di Stato di Belluno, a disposizione di storici ed esperti come di tutti i cittadini. Nel giro di tre anni verranno riprodotti, catalogati e raccolti in una memoria collettiva pronta per le celebrazioni del cinquantenario dalla tragedia. Una sorta di risarcimento tardivo ai montanari di Longarone derubati, oltre della verità, anche della giustizia con il trasferimento d'ufficio degli atti sul Vajont a L'Aquila a causa della ricusazione del Tribunale di Belluno. Inizia tutto nel 2004. Quando Pierluigi De Cesero (all'epoca sindaco di Longarone) gioca una partita che sembrava persa in partenza. Vuole recuperare la memoria del disastro che ha coventrizzato il paese il 9 dicembre 1963. Si tratta di materiale interamente custodito dalla Procura della Repubblica dell'Aquila. De Cesero chiede gli incartamenti non solo ai magistrati abruzzesi: bussa prima alla porta del Ministero dei beni culturali sollecitandone l'intervento, poi «pressa» anche i funzionari della Direzione generale degli Archivi. Nell'impresa che appare disperata, riesce a convincere anche Lorenzo Cernetig, ex prefetto di Belluno: diventerà un prezioso alleato nel recupero della storia di Longarone. Finché il primo aprile 2008 la Corte d'appello dell'Aquila dispone il versamento anticipato del materiale, spuntando un'eccezione al «segreto» che vincola gli atti fino al 2012. Allo stesso tempo la Procura autorizza il deposito del memoriale Vajont nel magazzino sotterraneo del locale Archivio di Stato. È una doppia mossa che inconsapevolmente salva le carte dalla distruzione sicura. Nella primavera scorsa, il terremoto che si abbatte sull'Abruzzo danneggia i locali dell'edificio. Non la camera blindata che custodisce gli atti del Vajont. In compenso, il Tribunale è semidistrutto. Se i faldoni fossero rimasti in Procura, si sarebbero letteralmente polverizzati. Le vittime del disastro di Longarone sarebbero morte per la seconda volta. Poi un altro colpo di fortuna: i tecnici del Genio e della Protezione civile dichiarano inagibili la maggior parte degli edifici pubblici dell'Aquila. In città non si trova una struttura adatta a ospitare il prezioso memoriale Vajont. Da qui, il 20 maggio scorso, scatta il via libera al «prestito» (fino al 2012) all'Archivio di Stato di Belluno. Così Eurigio Tonetti, direttore dell'archivio veneto, studia come riprodurre, digitalizzare, conservare e divulgare la storia di Longarone. Bisognerà restaurare una ventina di fascicoli ammuffiti ed entro tre anni il materiale dovrà essere copiato e catalogato, prima della restituzione agli archivisti aquilani. «Queste carte sono utili non solo a chi fa storia. Sono documenti unici, che hanno innanzitutto una funzione civile e sociale» spiega Tonetti. Sono pagine, dopo mezzo secolo, più vive che mai. Documenti che fanno venire i brividi, perché il carteggio sul Vajont svela la miopia degli attori di una tragedia che si sarebbe potuta evitare. Nel memoriale spiccano le testimonianze di un centinaio tra avvocati e giuristi, decine di ingegneri idraulici, consulenti di parte, magistrati, poliziotti, medici legali e giornalisti. C'è anche la sentenza di assoluzione della cronista Tina Merlin e del direttore dell'Unità Orazio Pizzigoni, accusati di diffondere a mezzo stampa notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico. Merlin aveva denunciato la potenziale catastrofe indotta dalla costruzione della mega-diga. Il bacino idraulico era esposto alle frane fra Erto e Casso. Un grido d'allarme lanciato con un lustro d'anticipo. Donna, comunista e giornalista: la Tina era la sola voce dei montanari. Finì alla sbarra nel 1960, a Milano. I fascicoli riportano l'estratto della sentenza di assoluzione «perché il fatto non costituisce reato», svelando gli attacchi strumentali lanciati contro chi aveva cercato in tutti i modi di evitare un disastro ampiamente prevedibile. Fanno molta più impressione le fotografie di 1.500 montanari schiantati dall'onda di fango e detriti provocata dal crollo del Monte Toc. La maggior parte risulta completamente sfigurata. Gli altri 518 corpi non sono mai stati ritrovati. Dispersi, ufficialmente, dall'onda della morte. Negli atti trasferiti dall'Abruzzo ci sono anche i tabulati telefonici delle ultime, febbrili, chiamate dei tecnici della Sade ai dirigenti di Venezia durante le cruciali fasi dello sgretolamento del Monte Toc. E c'è anche la testimonianza scritta a macchina di Gianfranco Trevisan, medico condotto di Longarone sopravvissuto alla tragedia. Il dottore descrive lo scenario apocalittico dopo il passaggio della "piena" sopra il paese con la drammatica intensità del testimone oculare. L'orizzonte cancellato, il paesaggio "lunare", il clima da apocalisse. Ironia della sorte, il medico morirà nel 1966 a Firenze, nel tentativo di soccorrere gli alluvionati dell'Arno. L'Archivio dell'Aquila restituisce anche i quaderni con gli schizzi originali della diga di Erto e Casso eseguiti dal professor Carlo Semenza padre putativo di tutti i bacini bellunesi della Sade, progettista con Giorgio Dal Piaz dell'impianto di Longarone. Insieme a una serie interminabile di perizie geologiche, autorizzazioni ai lavori relazioni e ricostruzioni dei medici legali. Compreso il dettagliato rapporto compilato da un esperto yugoslavo, fatto arrivare apposta dalla Slovenia per supportare gli anatomo-patologi italiani. Ci sono soprattutto gli atti faticosamente raccolti da Mario Fabbri, giudice istruttore della Procura di Belluno all'inizio degli anni Sessanta. Il sindaco Roberto Padrin tradisce la commozione: «E' un momento storico». Più duro il giudizio dello scrittore Giovanni Danielis, consigliere comunale a Longarone che farà parte della commissione tecnica incaricata di catalogare gli atti aquilani: «Negli anni, la memoria del disastro è stata troppo strumentalizzata. Ora dobbiamo dare al Vajont una spiegazione univoca e assicurare giustizia alle vittime». Finalmente, affiora la verità dai faldoni custoditi per decenni. Quasi mezzo secolo dopo la tragedia, la storia dei morti del Vajont sotto le macerie del terremoto in Abruzzo. Grazie all'anonimo funzionario dell'Archivio di Stato dell'Aquila che ha custodito il memoriale anche durante gli anni della pensione.