altra italia - GLI AUTORI DI "AFRICAM" NEL MIRINO DEI RAZZISTI Casoria HA PAURA DEL «NERO» Un centinaio di opere esposte al Contemporary art museum della cittadina alle porte di Napoli. E qualcuno crocifigge un bambolotto nero alle sbarre dell'ingresso. «Ma noi vogliamo gettare un ponte tra la cultura partenopea e quella dell'altra sponda del Mediterraneo». A chi fa paura tutto questo? CASORIA (NAPOLI) Un enorme cilindro di mattoni, tetto in vetro, il parco intorno con il campo da pallacanestro. È la scuola elementare di Casoria, accanto spesso si sistemano le roulotte dei rom, a due passi la stazione e poi il centro urbano che ha inghiottito, con l'edilizia senza regole, le rare tracce del borgo originario. Sotto le aule, dove di solito le scuole partenopee tengono improvvisate palestre, si dipanano le sale del Cam - il Contemporary Art Museum. La collezione permanente ha dovuto ritrarsi, il cinque dicembre verrà inaugurata AfriCam, una collettiva con un centinaio di opere di artisti africani. Il tempo di darne l'annuncio domenica mattina sul giornale locale, Nuova Città, e la sera stessa sul cancello di accesso è apparso un bambolotto di colore, senza abiti, crocifisso alle sbarre, grande un metro perché la minaccia sembrasse più reale. A trovarlo il direttore del museo e curatore della mostra, Antonio Manfredi, e due artisti invitati, il ghanese Narku Thompson Nii e l'egiziano Mohamed Alaa, tornati per lavorare ancora un po' all'allestimento. «Non credo sia stato un avvertimento - racconta Manfredi - piuttosto un'irrisione, un gesto violento per esprimere la poca considerazione per chi viene dal continente africano, una mancanza di rispetto e un modo per rimarcare i rapporti di forza. D'altronde l'esempio che dà il governo finisce per incoraggiare questo tipo di atteggiamenti». Schiacciati tra la propaganda antimigrante e la scarsissima conoscenza dell'Africa. Ma lo spirito della mostra è proprio quello di creare uno spazio in cui mettere in contatto i napoletani con la cultura al di là del Mediterraneo ma anche con le comunità migranti residenti nell'hinterland partenopeo. L'associazione Rifugiati di Napoli, Ltm - Laici Terzo Mondo, ufficio diocesano Migrantes, la Comunità di S. Egidio, Medici senza Frontiere, Cgil migranti, il centro sociale Ex-Canapificio sono stati coinvolti, mentre l'associazione Terra Buona ha invitato Thompson Nii e Alaa a tenere un laboratorio di pittura creativa con gli studenti delle scuole dell'area a nord di Napoli. Non è stato facile far venire una piccola pattuglia di artisti in Italia. Le istituzioni locali non sovvenzionano il museo e le restrizioni alla libera circolazione delle persone fanno il resto. «Prima devi avere una lettera ufficiale in cui il museo ti invita - spiega Mohamed Alaa, 25 anni, dreeds corti e un sorriso da scugnizzo - poi devi prendere appuntamento presso l'ambasciata italiana. Si tratta di telefonare almeno un centinaio di volte, spendendo un piccolo capitale, per fissare la data dopo un mese. Per presentare le tue opere all'estero ci vogliono i seguenti requisiti: un conto corrente in attivo, un'assicurazione internazionale, seicento euro in travel check, un lavoro fisso e una moglie, altrimenti non ci credono che torni indietro. Io era proprio nei guai ma mi sono salvato giurando di essere fidanzato». Per Narku Thompson Nii è stato più facile, la famiglia vive in Gran Bretagna ed era già stato negli Stati Uniti: «Per entrare in Inghilterra non devi superare nessun colloquio, basta rispondere a un formulario ed entri. Quella che fa davvero paura è l'ambasciata statunitense. In Ghana occupano gli edifici più imponenti, sono super sorvegliate. Quando sei dentro fai fatica persino a parlare». Mutaz Elemam, del Sudan, la trafila burocratica la prende con filosofia, è solo seccato perché all'aeroporto di Roma hanno smarrito il suo bagaglio, dentro c'era l'opera di un artista del Togo. «Stesso iter impossibile anche per me dall'Italia - aggiunge Manfredi - con infinite telefonate e dichiarazioni in cui mi rendevo responsabile per loro, come se fossero dei minori». «Un ragazzo che lavora al ristorante mi ha chiesto se avevo armi, se fossi un terrorista - racconta Mohamed - Ci siamo messi a parlare e tutta la diffidenza è sparita. Il lavoro che espongo si chiama In the box perché è come mi sento in Egitto, ma qui mi sembra di essere passato da una scatola a un'altra. Almeno in Europa mi hanno fatto entrare, con il nome che ho negli Usa non metto piede, molti per avere il visto lo cambiano». Dall'Egitto sono arrivate al Cam un nutrito gruppo di opere, fotografie dal sofisticato bianconero, ritratti di volti e immagini in movimento, accanto a lavori provenienti da altre nazioni, dipinti dai colori forti o sculture ricavate da materiali riciclati. «Un artista africano - spiega Narku - non può prescindere dalla tribù da cui viene, dalla sua lingua, dalle esperienze comunitarie e culturali del suo proprio territorio. In occidente invece si tende a esprimere soprattutto la propria soggettività. In America in un certo senso è più semplice lavorare perché hai intorno persone di colore, ti senti più a tuo agio. Ma è tempo che ognuno di noi si faccia carico del compito di modificare la percezione che hanno di noi gli occidentali». Un compito non semplice a giudicare dal racconto di Mutaz Elemam: «Una volta sono stato contattato da galleristi, volevano vedere il mio lavoro ma lo hanno scartato, non era abbastanza "africano". Ma come, ho detto loro, ci sono nato, ci vivo e non sono abbastanza africano? La verità è che siamo semplicemente artisti, ci esprimiamo e ci teniamo in contatto con il mondo come tutti. Non conoscete l'Africa, soprattutto la cultura e le bellezze. Certo i pregiudizi sono ovunque, per gli egiziani quelli di pelle più scura vengono tutti dal Sudan, mia sorella che vive a Berlino mi ha detto di non girare per Napoli la sera». La stessa raccomandazione è arrivata a Mohamed da casa: «Molti credono che sono arrivato qui con il cammello» scherza. Anche Narku ride: «Una giornalista mi ha chiesto se in Ghana ci fosse la guerra ed è rimasta sorpresa di scoprire che fosse una democrazia. Non me la prendo, rispondo a tutte le domande stupide perché dobbiamo imparare a conoscerci e ognuno deve impegnarsi per questo». Manfredi è convinto che l'arte sia il campo migliore per giocare la partita: «In una collettiva c'erano un artista israeliano e uno palestinese, all'inizio è stato un problema ma quando hanno cominciato a parlarsi sono diventati grandi amici», una ricetta forse troppo semplice per Alaa che ribatte «va bene, a patto di ammettere le colpe del governo israeliano».