Di per sé liniziativa non sembra implicare grandi mutamenti: che una regione caratterizzata da una lunga vicenda di unità territoriale riconosca nel proprio patrimonio artistico e ambientale come nelle diverse forme della cultura materiale e immateriale una sorta di codice genetico è una considerazione persino ovvia, per cui quella aggiunta relativa alla identità siciliana che lassessorato dovrebbe salvaguardare e promuovere potrebbe essere poco più che un pleonasmo. Tuttavia, luso che negli ultimi anni si è fatto di un termine come identità, sbandierato ideologicamente come una bandiera e una barriera sovrapponendolo a quella riflessione storica e teorica che ha conosciuto una rinnovata centralità nellultimo ventennio, induce a una diversa cautela. Se non altro perché avvertiva già nel 1949 Fernand Braudel nel saggio celeberrimo e magistrale "Civiltà e imperi del Mediterraneo nelletà di Filippo II" la vitalità di una cultura si misura non soltanto nel suo grado di irradiazione, ma anche nelle sue capacità di assimilazione: di includere cioè, e di mutare anche grazie a nuovi attori e contributi. In tempi di propaganda leghista (ma non soltanto), il richiamo alla identità di una nazione, di una regione, dellintero occidente europeo sembra essere divenuto al contrario lappiglio a una politica di esclusioni; ed è pressoché inutile di fronte al carattere tutto ideologico e strumentale di tale propaganda identitaria, obiettare che ogni cultura tutte le grandi civiltà del passato più o meno prossimo si è caratterizzata per una propensione alla contaminazione piuttosto che alla chiusura e allarrocco, e che anzi quando si è scelta questa strada la conseguenza è stata una ineluttabile decadenza. Ma anche volendo misconoscere come tali ibridazioni siano il vero alimento di ogni identità, e insieme la ricchezza che ne accompagna i mutamenti, cosa si dovrebbe assumere come parametro del carattere siciliano? Di unisola cioè dove gli elementi che maggiormente identifichiamo come emblemi della storia isolana sono, tutti, frutto di apporti, di sbarchi, di traiettorie commerciali e culturali di medio e ampio raggio, di scambi anche conflittuali? Di una regione dunque dove il paesaggio agrumario è di matrice orientale, il barocco riepiloga e varia codici romani, scalpellini provenzali e campani si sono affiancati agli intagliatori musulmani nel chiostro di Monreale, e dove persino la santa protettrice di Palermo ha le fattezze da gentildonna nordica che le attribuì il fiammingo Anton Van Dyck? E chissà quali invettive accompagnerebbero oggi il lavoro dei decoratori islamici che rubano il lavoro a quelli isolani, lesterofilia delle citazioni art nouveau di Basile, il tradimento della carnagione florida e rosea della bionda Rosalia. Tutte cose note e risapute che forse conviene comunque ripetere, se non altro come antidoto alla deriva attuale dove lidea stessa di tradizione è lo schermo in negativo di ansie e paure. E del resto, un assessorato che intendesse difendere lidentità siciliana come dovrebbe agire? Vagliando prima di promuovere mostre, restauri, parchi ambientali cosa riguarda i caratteri identitari dellisola e cosa invece no, stabilendo gerarchie di sicilianità, espungendo dalla sua azione tutto ciò che sfugge per pigrizia ma anche per linnovazione e i mutamenti inevitabili degli scenari alla griglie interpretative usuali? Con alcuni rischi, tuttaltro che peregrini almeno stando alle cronache e alle polemiche che rimbalzano abitualmente da dove tali parole dordine sono allordine del giorno: che politici e amministratori si arroghino compiti non loro, distribuendo patenti e attestati di presunta correttezza o ortodossia identitaria, e che in questi giochi pericolosi quello che si perda definitivamente di vista sia nulla di meno che lorizzonte del presente e della sua apertura al futuro. La disponibilità di scommettere sul cambiamento quale ipotesi appassionante della propria storia in divenire. Domanda finale: questa difesa della tradizione e della identità si applica anche alla salvaguardia del paesaggio ulteriormente minacciato dal piano casa, o allequilibrio precario degli assetti urbani una volta di più allegramente stravolti da Prusst e varianti urbanistiche o lì, semplicemente, se ne può fare a meno?