Di fronte al rinnovarsi di recenti episodi relativi a sfregi e danneggiamenti, dolorosamente e ciclicamente perpetrati su opere d'arte, si ripresenta un problema, che brucia come un insulto alla coscienza collettiva. O meglio offende quel sentire comune, che accredita l'oggetto artistico di un'appartenenza forte come una parentela, anche quando l'opera fosse anonima, o defilata rispetto al grande tour dei percorsi turistici, o anche solo una testimonianza materiale del passato. A maggior ragione quando si tratti addirittura di un capolavoro, patrimonio dell'umanità. Ricordando a caso, tra i mille episodi, viene di pensare alla «Pietà» e ai «David» di Michelangelo, alla fontana di Piazza Navona, alla decapitazione di statue nei parchi, alla verniciatura di altre, a sfregi prodotti su quadri nei vari musei, alle cannonate dei talebani, alla spogliazione del museo di Bagdad, ma anche ai buchi e ai tagli su dipinti di studenti in precettate visite burocraticamente definite «di istruzione», fino agli infiniti autografi di turisti su affreschi e pareti stanche. Non è un alibi consolarsi con il fatto che anche la natura ci metta del suo con devastazioni, terremoti, allagamenti, inquinamento. Come è altrettanto vero che cia-scun episodio porta con sé ragioni personali, psicologiche e comportamentali, che lo rendono comunque unico nel suo svolgimento, irrazionale o, forse, fin troppo intenzionale; nella sua folle lucidità. Lasceremo cadere qui, dunque anche le imprevedibili implicazioni della pazzia soggettiva degli individui o sociale dei gruppi e proveremo a riflettere su qualcosa di quel senso comune - tra il misterioso e il distruttivo -, sotteso a molte vicende vandaliche. «Mi guardava», così le cronache raccontano abbia risposto lo sfregiatore di un dipinto interrogato, decenni fa, sulle motivazioni del suo gesto. È vero, l'arte ci guarda. Tutta. Sempre, Ovunque. Anche quando noi non la guardiamo, È una presenza che non resta mai estranea. Ci segue nella vita di ogni giorno. Vive un destino che è esattamente uguale a quello di ogni altro manufatto umano, uguale anzi allo scorrere dell'esistenza stessa di tutti noi umani. Nasce, invecchia, si corrompe, muore. O sopravvive a volte in frammenti, che ancora parlano, per assenza, della pienezza allusiva e simbolica delle origini. È esposta ai rischi dell'incuria e della stupidità. Non sicura in nessun posto, nonostante leggi, prescrizioni, sovrintendenze e ministeri della cultura. È fragile, l'arte. Per cercare di proteggerla, l'illuminismo s'è inventato i musei, una sorta di necessario, anzi indispensabile, stato di sospensione ibernata degli oggetti, destinati a diventare sempre più un correttivo del degrado o della dispersione. Ma non si potrà musealizzare il mondo. Proprio come non si può fare della vita un museo. E come altrettanto non si può tollerare che le opere d'arte si perdano così, ogni giorno, depredate, sottratte, insozzate, violentate. II destino della fruizione e dell'esposizione pubblica delle opere d'arte pare giocarsi tutto nell'equilibrio di questo loro «essere nel mondo» e, proprio per questo, di doverne condividere fino in fondo le ragioni ultime. Inevitabilmente. Potremmo illuderci di diventare più efficienti nella tutela e, nelle giornate calde del dibattito, infiammarci a pensare a norme più severe, a deterrenti di ogni tipo, a dissuasori più efficaci, forse anche a incrementare più ancora la sottrazione al pubblico di altre opere a rischio, con una loro drastica e laicamente claustrale segregazione. E, certamente, nel senso della prevenzione molto si dovrà fare. Perché nessuno se ne possa chiamare fuori: stato, enti locali, diocesi, fondazioni, associazioni,'privati. Ma intanto come vivere questa dimensione di disagio e di indignazione? Si potrebbe provare, per formulare un prudente invito, a riflettere sul problema senza ipocrisia, approfondendo l'implicazione simbolica. Le opere d'arte non hanno al nostro tempo un trattamento diverso da quello che ha la vita. È giusto proteggerle. ma al nostro tempo non hanno un trattamento diverso da quello che viene riservato alla vita degli uomini. La loro fragilità è la medesima che investe l'esistenza di tutti, in pace e in guerra. Si può e si deve prevenire. Si può e sì deve educare. Ma cerchiamo di essere consapevoli che, forse, è proprio in questa indifesa precarietà che l'arte - tutta l'arte - ci diviene ancor più prossima parente e solidale compagna di viaggio. Ci apre gli occhi su tutte le forme di possibile devastazione della vita, compresa la sua, anche se non solo. Ci invita a costruirci una visione della vita, a manifestare simbolicamente un'opinione sul mondo. L'arte sarà (è) fragile, ma è scomoda e terribilmente esigente nelle istanze che pone. Vuoi essere letta e vissuta per quello che è: una attività umana per rendere più umana l'esistenza. Non è attività da tempo libero, ma da tempo intenso e gravido, aperto sulla consapevolezza del presente e su un orizzonte di senso dilatato all'infinito. Scriveva Paul Klee; «L'arte gioca, senza avere dubbi in proposito, con la realtà ultima e tuttavia la raggiunge effettivamente. Allo stesso modo che un bambino nel suo gioco ci imita, noi imitiamo nel gioco dell'arte le forze che hanno creato e creano il mondo». Un 'arte così concepita non ama certo i martellatori, ma nemmeno i perdigiorno, che azzannando rettangoli di pizza, getteranno rifiuti e cartacce ovunque, riuscendo a sortire, vergini e intatti, dall'incontro con i maggiori capolavori del genio umano, riuscendo al massimo ad esclamare di fronte a una statua mozza, di cui ignorano assolutamente tutto: «Che peccato!», andando oltre per un 'altra ingozzatura di coca cola. Diceva Longanesi: «L'arte è un incidente dal quale non si esce mai illesi». Ma quanti feriti si possono contare nelle torme dei pellegrini del turismo di massa, sazi e appagati di una frettolosa visione magica e feticista dell'arte? Anche il più piccolo sfregio, alla più piccola opera, dovrebbe sollecitare un amore più autentico e un'attenzione più profonda nei confronti della Madre di tanto nostro pensiero. Solo allora suonerà sincera l'esclamazione «Che peccato!».
Opere d'arte sfregiate, metafora della condizione umana
L'arte è fragile e vulnerabile alle distruzioni e alla perdita. I recenti episodi di vandalismo e danneggiamento di opere d'arte sono un problema che colpisce il sentire comune e la coscienza collettiva. L'arte è una presenza che segue la vita di ogni giorno e ha un destino simile a quello di ogni altro manufatto umano. È esposta ai rischi dell'incuria e della stupidità e non è sicura in nessun posto. I musei sono stati creati per proteggere l'arte, ma non si può musealizzare il mondo. È necessario condividere le ragioni ultime dell'arte e riflettere sul problema senza ipocrisia. L'arte è fragile, ma è anche scomoda e terribilmente esigente nelle istanze che pone.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo