La galleria di Lucio Amelio e l'Istituto Patafisico Par-tenopeo sono nati esattamente nello stesso anno: il 1965. Ora il caso ha voluto che l'inaugurazione dell amostra Ma l'amore no, organizzata da Mimmo Scognamiglio a dieci anni dalla scomparsa di Amelio, sia stata seguita il giorno dopo, all'Istituto francese da una Serata, a cura di Mario Persico, dedicata all'Istituto Patafisico Partenopeo. UNA fortunata coincidenza, riaccostando due storie molto diverse e apparentemente senza alcun rapporto tra di loro, ha lasciato intravedere uno spaccato della cultura artistica napoletana alla metà degli anni Sessanta. La galleria Amelio non s'inserì come una presenza isolata in un ambiente artistico ostile, chiuso entro un angusto orizzonte di provincia. E neppure l'Istituto Patafisico Partenopeo, nonostante le sue inclinazioni provocatorie, fu avvertito come uno scandalo. Luca (Luigi Castellano),che in quella sera di agosto di 39 anni fa ne annunciò la fondazione, era impegnato già da un po' in una straordinaria avventura che vedeva raccolti intorno a "Linea Sud" un bel gruppo di artisti napoletani. La rivista, da lui diretta e redatta da Stello Maria Martini, Mario Persico, Enrico Bugli e Luciano Caruso, rappresenta va soprattutto per le ultime generazioni un prezioso osservatorio sugli avvenimenti internazionali. Il nome di Mimmo Paladino, allora neppure diciottenne, compare per la prima volta, credo, proprio sulle pagine della rivista di Luca. Ma accanto ai giovani napoletani - e sono tanti, da Desiato a Matarese, da Palombo a Stefanucci - sono presenti Adami, Alviani, Baj, Bertini, Fahlstrom, Klasen, Kalinowskysi, Mari, Munari, Parmiggiani. Tra l'altro "Linea Sud" pubblicò, per prima in Italia, il manifesto del Teatro Zero di Tadeusz Kantor. Un momento di grande originalità nell'attività della rivista fu costituito dalle sperimentazioni sul rapporto tra immagine e parola scritta, già avviate qualche anno prima sulle pagine di "Documento Sud", che fin dal 1959 aveva gettato il "ponte dell'avanguardia" - come scrisse Guido Biasi tra Napoli e l'Europa, attraverso i rapporti con i Nucleari di Milano, "Phases" di Parigi e la rivista "Edda" di Bruxelles. Ma si deve notare che gli artisti di "Documento Sud" avevano nello stesso tempo mantenuto significativi collegamenti con chi, nei primissimi anni del dopoguerra, aveva aperto la strada al rinnovamento dell'arte a Napoli. E non solo con Colucci, che li aveva preceduti nelle esperienze nucleari e polimateri-che, ma anche con Barisani e Vendita, che provenivano dal fronte dei neoconcretisti. Intanto veniva avanti una folta e vivacissima schiera di giovani, come - solo per fare qualche nome tra i più noti - Di Ruggiero e Pisani, Alfano e Waschimps, Di Fiore e Cotugno tutti con gli occhi bene aperti su quanto accadeva in Italia e all'estero. Questo è il momento di maggiore e più geniale fervore creativo di Perez, in quegli anni presente in maniera incisiva sulla scena europea, mentre anche un pittore non più giovane come Lippi già dalla seconda metà del decennio precedente andava producendo quegli eccezionali saggi di arte visionaria che si son potuti ammirare nella recentissima mostra di Castel dell'Ovo. A queste disordinate e parziali annotazioni, condotte sul filo della memoria personale, se ne dovrebbero aggiungere altre sulle contemporanee iniziative della Galleria II Centro e detta Libreria Guida, dove tra il 1963 e il 1968, grazie anche all'intelligente e discreto lavoro di regia di Pellegrino Samo, passarono Barthes, Ginsberg, Klossowski, Eco, Sanguineti, Argan, Brandi, Birilli, Menna, Calvesi e tanti altri protagonisti della vita culturale non solo italiana. Per non dire di un giovane Bonito Oliva che, come organizzatore di mostre e poeta visivo in proprio, nei locali di Port'Alba era di casa. Ma, allora, da dove viene quell'immagine di deserto provinciale che alcuni, con un eccesso di zelo agiografico, hanno voluto mettere a far da sfondo nei santini distribuiti in occasione del decennale della scomparsa di Lucio Amelio? Certo, l'aria in città era pesante, specie per chi frequentava la folla triste dei collezionisti di gouaches e di croste ottocentesche. È altrettanto certo, però, che la cultura artistica napoletana stava conoscendo uno dei suoi momenti di maggiore vitalità. Nota bibliografica: chi vuole può trovare-documentato tutto quel che qui s'è appena accennato - e molto altro ancora - nei cataloghi della mostra L'impassibile naufrago, del 1986, e di Fuori dall'ombra, del 1991.