Mercoledì il ministero dell'Economia deciderà a chi dare il mandato di vendere i palazzi che poi lo Stato riaffitterà Con un solo maxi-Fondo poca concorrenza e forti ritardi nella collocazione NON sarà per niente facile far quadrare i conti dello Stato per evitare nel 2004 lo sfondamento del 3 nel rapporto deficitPil e i severi richiami di Bruxelles. E le difficoltà non sono solo quelle della nuova manovra correttiva di 7,5 miliari di euro alla quale in queste ore il governo sta dando gli ultimi frenetici ritocchi. No, lo slalom per evitare l'apertura di nuove voragini di bilancio passa anche per la costituzione di un maxi-Fondo immobiliare al quale verranno conferiti (in pratica venduti) una parte degli immobili a uso governativo, come sedi di ministeri e di uffici della pubblica amministrazione, che poi verranno riaffittati agli attuali pubblici utilizzatori che finora non pagavano alcun canone. Operazione tutt'altro che facile, già prevista dal decreto allegato alla Finanziaria di quest'anno e ora ai nastri di partenza, che dovrebbe portare entro fine dicembre nelle casse dello Stato dai tre ai cinque miliardi di euro tramite il collocamento del Fondo immobiliare in questione presso gli investitori. Una montagna di soldi che, se mancassero all'appello, complicherebbero maledettamente il già difficilissimo lavoro di Tremonti. La partita è complessa e piena di rischi. La prima difficoltà è costituita dal fatto che questa gigantesca operazione del valore di 6-10 mila miliardi delle vecchie lire dovrebbe raggiungere contemporaneamente tre obiettivi difficilmente conciliabili. Il primo è convincere gli organismi europei che questa nuova "una tantum" è adeguata a colmare i buchi del nostro bilancio e soprattutto non in contrasto con le severe normative di Bruxelles. E già questo non sarà facilissimo. La seconda è quella di raccogliere la grossa cifra programmata per far rientrare il disavanzo 2004 nei parametri europei senza nello stesso tempo scaricare sui bilanci dei prossimi anni oneri insostenibili dovuti al pagamento da parte dei ministeri e delle amministrazioni pubbliche di affitti che sinora non pagavano. Il che vuol dire che i canoni dovranno essere mantenuti ben al di sotto delle reali quotazioni di mercato. Il terzo obiettivo, difficilmente compatibile con il precedente, è che il Fondo dovrà piacere al mercato che ne dovrà acquistare le quote e non dovrà quindi garantire una adeguata redditività. Se non attraverso il livello degli affitti (che saranno bassi) attraverso una riduzione del valore di cessione degli immobili. La seconda difficoltà è dovuta al modo (peraltro ancora nebuloso) in cui è stata concepita l'operazione e in cui potrebbero essere scelti gli operatori finanziari e industriali che la condurranno. L'ipotesi più accreditata, almeno fino a qualche giorno fa, era quella che il Tesoro voglia procedere alla creazione di un unico maxi-fondo immobiliare, affidando l'intera operazione ad un'unica cordata fra le molte, qualificatissime, che una decina di giorni fa hanno presentato le loro credenziali per la gara che mercoledì prossimo verrà decisa. Secondo voci che circolano già da un paio di settimane a gestire il tutto verrebbe chiamato il consorzio che vede insieme Mediobanca, Unicredito e Morgan Stanley. Se così fosse sarebbe lecito avanzare più di un dubbio. I rischi per un'unico gruppo, sia pure qualificatissimo, di riuscire a collocare sul mercato, entro la fine dell'anno, in tempo per colmare i buchi del bilancio 2004, tutte le quote di un Fondo di un valore gigantesco che non ha precedenti in Europa sono davvero tanti. E se le cose non andassero nel verso giusto i soldi raccolti fossero meno del previsto, l'unica soluzione a disposizione del governo, per non aumentare ulteriormente il disavanzo pubblico e rispettare i parametri imposti a Bruxelles, sarebbe quella di ricorrere a coste anticipazioni da parte delle stesse banche del consorzio. Un percorso assai più razionale sarebbe, invece, quello di creare almeno tre fondi immobiliari, di valore più contenuto, affidati ad un numero molto più alto di banche e di operatori. Si garantirebbero in questo modo una fluidità e una concorrenza fra gli operatori finanziari ben più elevata per il collocamento di tutte le quote e si eviterebbero i rischi di forti ritardi, come quelli registrati in altre operazioni di vendita di immobili pubblici, come è successo per Scip 2, o di totali fallimenti come il Fondo lanciato l'anno scorso dal Patrimonio S.p.A. Ne guadagnerebbero di certo la trasparenza e l'efficienza del mercato e, cosa non marginale di questi tempi, l'equilibrio dei conti pubblici.
Immobili pubblici, i nodi da sciogliere
Il governo italiano sta valutando la possibilità di vendere i palazzi governativi e riaffittarli con un maxi-Fondo immobiliare. L'operazione è complessa e piena di rischi, poiché il governo deve convincere gli organismi europei che la nuova "una tantum" è adeguata a colmare i buchi del bilancio e non in contrasto con le severe normative di Bruxelles. Inoltre, il governo deve raccogliere una grossa cifra per far rientrare il disavanzo 2004 nei parametri europei senza scaricare oneri insostenibili sui bilanci dei prossimi anni. L'operazione deve anche garantire una adeguata redditività al mercato.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo