SE Salerno sarà azzurra di mare e Avellino verde di prato, Caserta per ora è un punto interrogativo di 324.533,32 metri quadrati in mezzo alla città, a poco più di un chilometro dalla Reggia. Quell'enorme punto di domanda è l'area Macrico, già piazza d'armi, di proprietà della Chiesa, più precisamente dell'Istituto Diocesano per il Sostamento del Clero (Idsc). La partita per il riassetto urbanistico si gioca non soltanto qui, ma soprattutto qui. La Macrico sta dentro a un recinto di mura, in alcuni tratti si srotolano fili spinati arrugginiti; altri tratti, in basso, sono macchiati da verdastri umidi muschi. Tutti i cancelli chiusi. Questo luogo d'abbandono è stato per decenni contenitore di roba militare, soprattutto mezzi pesanti, ed è ancora scritto su certi cartelli. La sua importanza strategica è moltiplicata dal fatto che sta esattamente in mezzo alla Reggia e al nuovo Policlinico disegnato sull'ex Saint Gobain da Massimo Pica Ciamarra. Per fortuna è scongiurata l'ipotesi di unire i due terminali con una strada attraverso la Macrico. Che fame? L'architetto Maria Carmela Caiola, consigliere comunale e portavoce di una quarantina di sigle ambientalistiche, non ha dubbi: «Verde pubblico e attrezzature pubbliche, del tutto insufficienti. Un casertano dispone di due metri quadrati di verde, contro i dieci previsti dalla legge regionale». n partito del cemento obietta che, essendo irreversibile la vocazione turistica della città, un altro parco risulterebbe il doppione di quello della Reggia. «Non vogliamo un doppione, vogliamo idee intelligenti d'uso: un giardino contemporaneo diciamo noi, il terzo polo per l'arte contemporanea dice Achille Sonito Oliva. Anche perché se tutto si concentra sulla Reggia e il resto va in malora, senza vivibilità pure il visitatore finirà per scappare». Che altro? «Fermare il degrado urbanistico e sociale della cintura da Capua a Maddaloni, oramai integrata nel nostro territorio. Recuperare alla natura le cave scempiate con il Parco dei Monti Tifatini. Formare un circolo virtuoso con dentro Caserta Vecchia e San Leucio. Pedonalizzare il centro storico e fare i conti con la fatiscenza delle scuole. Soprattutto non espandere la città: nuove case zero. L'abbiamo detto al Comune che ci aveva convocato, ha risposto "vi faremo sapere" e questa non è vera democrazia». II ragionamento sulle case zero ha sostegno nei fatti. Il piano regolatore di Corrado Beguinot, 1987, prevedeva che Caserta arrivasse a centomila abitanti; i piani di recupero concessero aumenti della cubatura del 15-25 per cento. Invece gli abitanti sono - secondo le stime ufficiose del Comune - tra 76 e 78.000 e molti appartamenti risultano sfitti. Fame di case non dovrebbe esistere, anche perché il destino di Caserta non può essere quello di dormitorio di Napoli. Se ti affacci nel buio dal balcone di Caserta Vecchia vedi un tappeto di luci che oramai arriva, ininterrotto, fin sotto il Vesuvio. Di avviso diverso è l'Idsc proprietario (senza possesso) della Macrico e creditore dallo Stato, dopo estenuante causa, di un secolo di pigioni per il fitto dell'area ai militari; una commissione da tempo sta tentando di calcolarne l'ammontare. Anche la Chiesa ha presentato il suo progetto e prevede robuste dosi di cemento: 500.000 metri cubi di volume, calcolati sommando non solo muratura esistente ma pure i capannoni. «Sarebbero cinque Hilton di Monte Mario a Roma messi in fila», ha spiegato Vezio De Lucia. Il presidente dell'Idsc è donAntonio Arago-na e si trova davanti a una recente proposta dell'assessore regionale all'Urbanistica, Marco Di Lello: la Macrico in fitto per 99 anni alla Regione. Don Antonio è d'accordo? «La Regione è intervenuta dopo due anni, meglio tardi che mai. Comunque diciamo sì a Di Lello, se si tratta solo della parte verde». Significa che nel resto volete davvero fare palazzine? E 500.000 metri cubi non sono troppi? «Non abbiamo detto: vogliamo fare le case e basta. La nostra è un'ipotesi allo studio del Comune e si può anche ridurre. Siamo pronti a sederci attorno a un tavolo allargato e ragionare. Del resto quello che c'è non serve né alla città né a noi, non è utilizzabile così. La proprietà rivendica ciò che è giusto». E il verde? «Un poco serve, però... Chi lo finanzierà? Chi lo gestirà? Chi pagherà per mantenerlo? Noi pensiamo allo sport, alla cultura, alle case per vigilare. Siamo pronti al dialogo nell'interesse comune. Del resto già nel 1999 abbiamo rifiutato un'offerta d'acquisto». Di chi? «E no, posso dire solo ch'erano privati». In attesa della decisione sulla Macrico, gli architetti fanno baruffa. Raffaele Cutillo ha criticato i due progetti di Nicola Pagliara per le piazze: l'obelisco tricolore o colonna sudante su base di «nero assoluto» in piazza Dante e la sistemazione di piazza 4 novembre con due bracieri ai lati del monumento ai caduti. Al di là della bontà del disegno, con l'aria di guerra che tira fa un certo effetto immaginarsi colonne tricolori e fiamme eterne nella Caserta oramai smilitarizzata. Pagliara ha replicato duro - «esternazioni banali, rabbiose e farneticanti che nascondono ben altre frustazioni» - e ha definito «effetti speciali alla Spielberg» le soluzioni trovata da Cutillo per piazza Mercato. Una frecciata da Pagliara anche al progetto di Stefano Boeri per il nuovo municipio: «Tre tubi di cemento armato puntati dal Macrico contro la città, senza la minima considerazione per il contesto». Il tam tam di chi sa dice che proprio Boeri potrebbe essere chiamato a ridisegnare la città, attraverso la variante al piano regolatore di Beguinot, perché di questo si discute. Ma l'assessore all'Urbanistica, Gianni Mancino, smentisce e annuncia una soluzione autoctona: «Sarà il nostro ufficio di piano con la consulenza di un amministrativista e di un economista di alta qualità...». Di un urbanista no? «Certo, e pure di un designer. Ma innanzitutto ci serve uscire dall'impasse del vecchio piano, in modo da poter districarci dall'attuale giungla delle norme interpretative. Procederemo a passi». Che Caserta s'immagina? «Bella, vivibile e ben definita come disegno architettonico, strade comprese. Policentri-ca, facendo in modo che finalmente siano le frazioni a dare sviluppo all'intero territorio comunale. Riqualificata nella zona ai piedi delle colline». E la Macrico? «Non è la chiave di volta, è un fatto a se stante in un discorso ben più ampio. Certo, parco urbano, giardino pubblico fruibile da tutto il territorio, però non una cattedrale nel deserto. Le aspettative legittime del clero vanno soddisfatte». Ma non sono sproporzionate le richieste dell'Idsc? «Sì, ma è solo una provocazione e la scelta finale spetta al Comune». La Regione interviene con un certa continuità nello sviluppo di Caserta, con i 98 miliardi di lire per il Pit Grande Reggia, con il finanziamento dell'altro Pit per la città, con la frequente presenza di Di Lello. «Sta intervenendo con i Pit anche ad Avellino e Salerno, com'è giusto. - taglia corto Mancino - E noi vogliamo passare alla concertazione con la Regione, a un accordo di programma». Entri nella stazione ferroviaria - che comunque dovrebbe essere interrata - e ti sovviene 11 racconto di Pier Paolo Pasolini che vide una città piena di luce e «incarnata nella noia». Caserta ha l'ultima occasione per recuperare un'identità. Ma serve un progetto armonico e condiviso, altrimenti pure la variante farà la fine del progetto di Vanvitelli che, dopo due secoli e passa, non è stato realizzato mai.