Come talvolta accade nel nostro Paese la politica, e spesso la peggiore, ha deciso della sorte, o meglio della malasorte, di un ente culturale. Accade, infatti, che al Museo di Rivoli la successione all'interim di Carolym Christov Bakarghiev, ormai destinata a Kassel, sia divenuta un terreno di scontro in cui la Regione Piemonte, principale finanziatore della sede espositiva, ha imposto un proprio uomo. Andrea Bellini non ha certo un curriculum eccezionale (conta al proprio attivo la direzione della fiera di Artissima e poche esposizioni), e al Cda deve essere parso inadatto se si è deciso di affiancargli un co-direttore, Jens Hoffmann, uno che invece di esperienza internazionale ne conta un bel po': direttore del Wattis Institute for Contemporary Art di San Francisco, avrebbe garantito i contatti internazionali che sostengono l'attività di un museo votato al contemporaneo stretto. Purtroppo, invece, a poche ore dell'incarico, Hoffmann ha annunciato la propria rinuncia per una incredibile «mancanza di professionalità e correttezza della controparte». La polemica è legata soprattutto alla decisione del Museo di annunciare la nomina nella serata di sabato scorso al termine del consiglio d'amministrazione iniziato alle 18.30. «Avevo posto tre condizioni - ha dichiarato Hoffman - prima di accettare la proposta del presidente Minoli. La prima era di carattere economico ed è stata risolta. Ma le altre due, la possibilità di leggere il contratto in lingua inglese e soprattutto alcuni giorni di tempo prima dl diffondere la notizia, perché potessi avvertire i miei attuali datori di lavoro, non sono state rispettate. Per cui a malincuore rinuncio». Bellini invece resta, piantato su una delle poltrone più ambite dell'arte internazionale, e negli ultimi tempi anche una delle più scomode, visto che la vicenda della successione si trascina da un anno, quando Ida Gianelli, la precedente direttrice, ha lasciato l'incarico dopo 18 anni. Di certo in tutto questo c'è un vincitore, l'assessore regionale Gianni Oliva che si era speso non poco per Bellini, cercando il compromesso della doppia direzione per far digerire il ruolo del protetto. E chissà che Rivoli con l'ex capo di Artissima non si trasformi, più di quello che in parte già è, in una costosa vetrinafiera del mercato internazionale dell'arte e delle sue straordinarie lobby, che riescono a imporre in buona parte delle sedi prestigiose dell'arte i soliti artisti, i soliti critici, le solite gallerie. Alla faccia della sperimentazione, della ricerca e dell'autonomia di pensiero.