l battistero di Ambrogio riaperto dopo il restauro Quando, all'inizio del Novecento, la cattedrale di Milano fu finalmente finita, la Fabbrica del Duomo cominciò a ricostruirla, occupandosi del suo restauro: un cantiere infinito che in questi giorni ha aperto al pubblico l'ultimo frutto del suo lavoro, ovvero la sistemazione dell'area archeologica che comprende il battistero di San Giovanni alle Fonti, l'abside di Santa Tecla e alcune tombe. Il sito era già stato scavato nel 196162 a cielo aperto e poi richiuso: la foto che all'epoca fu scattata dall'alto è illuminante per l'orientamento di chi voglia visitare l'area, messa in sicurezza con un costo di 600 mila euro e ora fornita anche di 18 pannelli illustrativi. Vi si accede dall'interno del Duomo, a ridosso della facciata e infatti, scendendo quattro metri sotto terra, si lascia la cattedrale alle spalle e si cammina sotto la piazza del Duomo. I resti più chiari da interpretare sono proprio quelli del battistero ideato da Ambrogio che qui, la vigilia di Pasqua del 387, battezzò Agostino. Si riconosce ancora la pianta ottagonale con al centro la piscina larga 5,50 metri e profonda 80 centimetri. L'edificio era rivestito di marmi, compresi i più belli di tutti, il giallo di Numidia e il porfido, ma anche di mosaici sulla volta e nel secondo piano. La lussuosa decorazione fu probabilmente voluta da Lorenzo, vescovo di Milano dal 489 al 51012, che durante il regno di Teodorico promosse il rinnovamento delle chiese cittadine. In seguito, a metà del XIII secolo, alcune parti furono affrescate e in una nicchia si vedono tre frammenti, fra cui la figura di un quadrupede in posizione araldica, forse la «scrofa semilanuta» (una delle ipotetiche origini del nome medio-lanum), protagonista del mito celtico della fondazione della città. L'acqua era immessa tramite quattro bocchette collocate verso i punti cardinali allusive ai quattro fiumi del Paradiso e all'interno di una di queste canalette sono state ritrovate 222 monete, databili tra la metà del IV e l'inizio dell'VIII secolo. Infatti, nonostante la prassi di versare un obolo fosse stata proibita nel 365 per evitare che la grazia del sacramento sembrasse venduta, i catecumeni infilavano le offerte nei tubi da dove, almeno, non sarebbe stato facile recuperarle. Tramite un vestibolo, il battistero si affacciava sull'atrio della cattedrale di Santa Maria Maggiore fondata dal vescovo franco Angilberto II (824-859) su una precedente costruzione paleocristiana, la basilica vetus. L'attigua cattedrale di Santa Tecla era invece chiamata basilica nova, costruita non prima della fine dell'età ambrosiana su un'area a sua volta già edificata in epoca romana e di cui si vedono alcuni resti inglobati nelle fondamenta dell'abside. Tra Santa Tecla e il battistero sorgeva infine un cimitero destinato nel Medio Evo a importanti esponenti del clero le cui tombe sono state riportate alla luce. Ma l'intera area, comprendente case romane, due cattedrali, quattro chiese longobarde, due battisteri e un cimitero, fu distrutta a partire dal 1385 quando, per volere dei Visconti, fu avviato il cantiere del Duomo. Gli oggetti rimasti stanno in sole quattro vetrine che espongono frammenti di bicchieri, brocche, lucerne e monete. Il rifugio antiaereo lì scavato durante la seconda guerra mondiale e i lavori della metropolitana fecero il resto. Oggi si tenta di ricostruire quello che i nostri avi hanno cancellato, ma la lezione non serve perché noi, a nostra volta, continuiamo a distruggere come se il nostro destino fosse lo stesso dell'eterno cantiere del Duomo. Visitando l'antico Battistero sotto il sagrato del Duomo è difficile non emozionarsi. È un tuffo alle sorgenti dell'Europa, mentre un soffio di attualità raggiunge il volto. Ambrogio, che nella notte di Pasqua del 387 d.C. fece immergere Agostino nel fonte battesimale perché uscisse rinato, impersonava il ceppo solido della romanità, su cui aveva innestato l'annuncio evangelico. Agostino era il giovane e promettente intellettuale berbero, venuto dal Nord Africa per far carriera alla corte di Milano capitale dell'Impero. In quel passaggio epocale il vescovo fece da ponte tra un mondo vecchio che si stava autodistruggendo e uno nuovo che stentava a nascere; e il retore, nato nella terra che oggi è Algeria, rappresentava l'anelito di popoli al riscatto. Correvano giorni pieni di inquietudini e paure, percorsi da violenze, sfruttamento, usura, ondate migratorie, poveri sempre più poveri e ricchi chiusi nei palazzi. Le vicissitudini non spensero la speranza, se l'uno poté venire a Milano (perché Roma dava la cittadinanza ai popoli conquistati) e l'altro accoglierlo con tono di severa paternità e di amore. Pensavano entrambi in grande e poterono immaginare un futuro certo, perché li sosteneva la fede in Gesù risorto ma soprattutto nell'uomo che può redimersi.