In un saggio di Laure Fagnart i legami con i sovrani Luigi XII e Francesco I Dalla «Gioconda» all'idea di staccare l'affresco del «Cenacolo» Loro, Leonardo, lo hanno collezionato tutto cinquecento anni fa, ma, adesso, i francesi fanno di più: scoprono i viaggi delle opere; spiegano in che bagno, cappella, biblioteca reale stavano appese; scavano fra copie e repliche alla ricerca di originali perduti. Solo filologia? No, c'è molto di più. C'è la volontà di appropriarsi di un genio del Rinascimento italiano divenuto universale, ecco il messaggio, grazie ai re di Francia: da Carlo VIII a Francesco I, fino a Luigi XIV, un collezionismo appassionato, una scelta che dura generazioni e che diventa ora è chiaro quasi una «rivendicazione politica». Le opere del pittore, o credute sue, formano, nelle raccolte reali, un nucleo ancora oggi senza eguali e il cui senso, appunto, va oltre il semplice collezionismo. Scoprire le tracce dei dipinti nei cataloghi delle raccolte reali, trovare dove erano collocati, ad esempio nel castello di Amboise, alle Tuileries, a Fontainebleau, capire che alcune opere, note solo attraverso delle copie, derivano da originali perduti, è una storia affascinante, una indagine quasi poliziesca che in Italia non ha confronti e che Laure Fagnart ha condotto con acume e passione nel libro iLéonard de Vinci en France. Collections et collectioneurs, XVme-XVIIme siècles i (L'erma di Bretschenider, prefazione di Pietro C. Marani, pagine 402, 245). Cominciamo con il racconto della fine di Leonardo nelle Vite del Vasari. Il pittore è ammalato, decide di confessarsi da buon cristiano, ed ecco che giunge il re di Francia Francesco I, che «spesso et amorevolmente lo soleva visitare; per il che egli (Leonardo) per riverenza rizzatosi a sedere sul letto... gli venne un parosismo messaggiero della morte. Per la qual cosa rizzatosi il re e presoli la testa per aiutarlo e porgergli favore, acciò che il male lo alleggerisse, lo spirito suo, che divinissimo era, conoscendo non potere avere maggiore onore, spirò in braccio a quel re nella età sua di anni 75». Il sovrano non era ad Amboise, dunque il racconto non è veritiero, ma esso viene ripreso da Benvenuto Cellini (1568), da Raphael Trichet du Fresne (1651), da Isaac Bullart (1682): dunque quella mitica fine ha per i re di Francia un valore simbolico preciso. Ma quando e come si forma la collezione dei dipinti leonardeschi? Luigi XII, che incontra forse Leonardo a Milano fra ottobre e novembre 1499, acquista allora il «Ritratto di dama» ora al Louvre e commissiona forse la «Madonna e Sant'Anna». Ed ecco un altro racconto mitico: l'interesse del sovrano per «L'ultima cena» di Santa Maria delle Grazie sarebbe giunto al punto di voler staccare la pittura murale, come attesta Paolo Giovio nella Vita di Leonardo (1527). Leonardo lascia Milano nel 1499 e vi torna nel 1506; Luigi XII infatti chiede al pittore di lasciare Firenze, dove stava dipingendo la «Battaglia di Anghiari» in Palazzo Vecchio, perché vuole da lui «certe tavolette di Nostra Donna, et altro secondo che mi verrà alla fantasia. Et forse anche lui farò ritrarre me medesimo». E Leonardo nel 1507 è dichiarato dal re «il nostro caro... pittore e ingegnere». Il re probabilmente chiede allora al pittore di finire la seconda versione della «Vergine delle rocce», ora a Londra, per poter finalmente possedere la prima, ora conservata al Louvre. Intanto Leonardo dipinge la «Leda», la «Sant'Anna», il «San Giovanni Battista». Ma è con Francesco I che il significato dell'opera di Leonardo cambia. L'incontro avviene nel 1515 e nel 1517 il sovrano invita il pittore a stabilirsi in Francia a Cloux, nei pressi di Amboise, dove giungono anche due aiuti, Francesco Melzi e Andrea Salai. Francesco I compra degli originali di Leonardo da Andrea Salai ancor vivo il pittore; acquista dunque un «Ritratto di donna nuda a mezzo busto», e ancora il «San Giovanni Battista-Bacco» e la «Madonna e Sant'Anna» del Louvre; il re possedeva già la «Gioconda» e una «Leda in piedi». Il «Ritratto di donna nuda a mezzo busto» e la «Leda», i cui originali sono perduti, ma dei quali esistono diverse copie, fanno capire come opera l'officina di Leonardo. Il pittore inventa un tema, disegna a volte un cartone finito, gli allievi dipingono dal modello con delle varianti. Il cartone, ritenuto di scuola, con «Donna nuda a mezzo busto» che si conserva a Chantilly, da porre in parallelo con la «Gioconda», vede diverse riprese: una di Andrea Salai a l'Ermitàge, una in collezione privata dove cambiano gli sfondi e anche il girare della figura. La prova che esisteva un originale leonardesco di figura nuda nelle raccolte reali? La ripresa di questo fatta da François