Due direttori per il Museo di arte contemporanea: è la prima volta in Italia. Parlano i protagonisti Andrea Bellini: ora bisogna verificare la compatibilità dei progetti Sicuramente saranno due i nuovi direttori del Museo d'arte contemporanea di Rivoli. Sicuramente uno dei due sarà Andrea Bellini, direttore di Artissima 2007 e superfavorito della vigilia («era da così tanto tempo che il mio nome circolava che ho pensato: alla fine non se ne farà niente»). Ma molto meno sicuramente l'altro sarà Jens Hoffmann, attuale direttore del Wattis Institute for Contemporary Arts di San Francisco: un sms nella notte poche ore dopo la nomina da parte del Consiglio di amministrazione, sabato sera ha avvertito il presidente di Rivoli Giovanni Minoli di un «imprevisto» che ha obbligato Hoffmann a ripartire immediatamente per gli Usa («forse l'impossibilità di lasciare l'incarico al Wattis, forse motivi privati»). La prognosi dovrebbe essere comunque sciolta nel giro di pochi giorni. Ma Minoli tiene subito a precisare: «La nostra è stata una scelta strategica. I direttori del Rivoli resteranno due, e uno dei due sarà comunque Bellini, perché in due si possono seguire meglio i cambiamenti che stanno attraversando il mondo dell'arte». Ed anche la parola d'ordine che sintetizzerà il futuro del castello di Rivoli, alle porte di Torino, dovrebbe rimanere la stessa: «local is global». Certo è ancora una formula da verificare, ma d'altra parte (spiega Minoli) «Rivoli è o non è un luogo di sperimentazione? E allora sperimentiamo». Tempo di prova? «Tre anni. Il tempo della mia presidenza». Dopo i diciotto anni da direttore di Ida Giannelli e la nomina ad interim (all'inizio del 2009) di Carolyn Kristov-Bagargiev (che andrà a condurre la XIII edizione di Documenta di Kassel in programma per il 2012) ecco dunque la decisione di Minoli di puntare su una coppia di castellani («prima esperienza italiana, ma all'estero è già successo al Palais de Tokyo di Parigi»). La scelta di Bellini e Hoffmann («il primo sarà local e si occuperà di quell'arte a noi più vicina; il secondo sarà invece global e dunque più vicino a quella degli altri continenti, a cominciare dall'America latina») è nata da un pranzo a tre al Principe di Piemonte seguito da un faccia a faccia di mezz'ora tra i due papabili («Entrambi erano alla fine entusiasti»). Poi la stretta di mano e l'ok del Consiglio. Fino, appunto, a quell'sms nel cuore della notte (la firma di ufficializzazione era prevista per questi giorni, l'insediamento il primo gennaio). La nomina di Bellini e Hoffmann, molto sponsorizzata dall'attuale direttrice ad interim, aveva suscitato in linea di massima reazioni positive (a parte qualche no comment: la direttrice Ida Giannelli, il critico Francesco Bonami). Achille Bonito Oliva definisce così questa opzione: «Hanno preferito il plurale maiestatis al singolare». E racconta i due nuovi direttori: «Nonostante sia anche più giovane di due anni rispetto a Bellini (35 contro 37) Hoffmann è uno studioso estremamente preparato, votato al multiculturalismo e con una lunga esperienza in materia di musei; la realtà professionale di Bellini è invece molto più legata a una rivista come "Flash Art" (di cui è stato caporedattore) e ad una fiera come Artissima». L'unico dubbio di Bonito Oliva riguarda forse la gestione della collezione: «Al Palais de Tokyo i due curatori si dovevano occupare solo di mostre e eventi, qui a Rivoli c'è anche da gestire una collezione» (con opere di Daniel Buren, Olafur Eliasson, Rebecca Horn, Michelangelo Pistoletto, Bill Viola, Gilberto Zorio). Andrea Bellini (laureato in filosofia con specializzazione in Storia dell'arte all'Università di Siena) sottolinea «l'unicità di questa situazione per l'Italia» e le differenze rispetto a Hoffmann («Viene dal teatro, conosce molto bene la contaminazione tra i vari linguaggi»), che ha tra l'altro curato (con Maurizio Cattelan) la Sesta Biennale dei Caraibi nel 1999. Dopo aver bruciato candidati forti come Carlos Basualdo e Massimiliano Gioni, adesso è in qualche modo il momento della verifica della stessa fattibilità del progetto perché «a volte dalla unione di due buoni progetti ne nasce un terzo ancora migliore dice Bellini , ma altre volte non ne nasce nessuno». Bellini ribadisce che sarà certo lui a rappresentare l'elemento local, pur tenendo a precisare che la sua formazione è «prettamente internazionale», ricorda i problemi pratici «fatti subito presenti da Hoffmann» e mostra i suoi modelli: il Macba di Barcellona, la Künsthalle di Zurigo e l'onnipresente Palais de Tokyo («Passerò le vacanze di Natale con il suo direttore e le nostre famiglie»).