E' passato oltre un anno dal giorno in cui si compì lo scempio del Museo dell'Irak di Baghdad, ma l'orrore e il dolore sono ancora negli occhi e nella voce di Nidal. Nidal Ameen, 60 anni, lavora al museo da 33 anni, ne è stata vicedirettrice, oggi è ancora nello staff dirigente. È venuta in Italia, a Sassocorvaro, per ritirare il premio Rotondi dedicato ai "salvatori dell'arte" (Pasquale Rotondi fu il sovrintendente della Galleria nazionale di Urbino che, dal 1940 al 1944, nascose nella rocca di Sassocorvaro e nei sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino 10.000 opere d'arte). A Nidal Ameen trema ancora la voce quando ricorda. «Quello della devastazione del museo fu il giorno peggiore della mia vita», racconta. «Ogni volta che mi rivedo in Tv, mentre urlo e piango in mezzo alle sale devastate e depredate, stento a riconoscermi, dico a mio marito di spegnere il televisore. Il museo è la mia casa dal 1971. Quando ho cominciato a lavorarci avevo una figlia, ora ho un'altra figlia e un altro figlio, li ho visti crescere insieme al museo, che ormai sento come parte della mia famiglia. Si può immaginare che cosa ho provato quando ho visto tutto rotto e devastato. Arrivando al museo, quel giorno di aprile, per un momento mi illusi quando vidi che la porta di ingresso era chiusa, ma poi mi accorsi che c'era un'altra porta sfondata e fu la fine. Per terra trovai carte, sedie, tavoli, oggetti preziosi... Ero sola, non ci sono parole per descrivere ciò che ho provato». Il Museo dell'lrak era tra i più interessanti del mondo e tra i più ricchi di testimonianze sulle antiche civiltà della Mesopotamia, la regione considerata dagli storici come "la culla della civilizzazione". Diviso in 28 gallerie, aveva reperti che risalgono fino a 10 mila anni fa. Il saccheggio avvenne nell'aprile del 2003, pochi giorni dopo la presa di Baghdad da parte delle truppe americane, quando nella capitale irachena cominciò a regnare il caos. Lo scempio fu compiuto non solo a Baghdad, ma anche negli altri siti archeologici dell'Irak: Ninive, Samarra, Ur, Hatra. La caccia di Unesco e Interpol Ora il Museo di Baghdad è ancora chiuso e in fase di restauro, alcuni dei pezzi rubati sono stati recuperati. «Ma la situazione è ancora grave», spiega Nidal Ameen, «perché dei 15 rnila pezzi trafugati ne abbiamo ritrovati solo 4 mila. Gli altri 11 mila sono in giro, parte in Irak, ma in gran parte fuori: in Giordania, in Siria, in Arabia Saudita, ma anche in Europa e negli Stati Uniti. L'Unesco e l'Interpol hanno gli elenchi e le foto degli oggetti rubati, speriamo nel loro aiuto. Il guaio è che i reperti recuperati spesso sono molto danneggiati. Per fortuna ci stanno aiutando restauratori giunti dall'Italia e dal Giappone. Ci servono soprattutto specialisti nel restauro dei metalli, delle pietre preziose e dell'avorio». Da tutto il mondo, oltre agli esperti del restauro, arrivano anche donazioni. In un anno sono stati raccolti 4 milioni di dollari, un milione è arrivato dal Dipartimento di Stato di Washington. Va notato che, come fa sapere da Baghdad il direttore del museo Donny George, almeno un migliaio di oggetti rubati finora è stato ritrovato negli Usa. Per fortuna alcuni dei pezzi più preziosi o rari erano da tempo al sicuro. Già nel 1991, alla vigilia della prima guerra del Golfo, vari reperti furono trasportati nei sotterranei della Banca centrale dell'Irak. Lì sono rimasti e lì si trovano ancora oggi. «Tra gli oggetti ritrovati», continua Nidal Ameen, «abbiamo il prezioso vaso di alabastro del tempio di Uruk, che risale a tremila anni prima di Cristo. Purtroppo è stato danneggiato. Ha subito danni anche una preziosa e rara arpa con 11 corde del 2500 avanti Cristo. Quasi tutto quello che ritroviamo è stato danneggiato». La memoria cancellata Al momento gli altri importanti siti archeologici iracheni dovrebbero essere tutti protetti (nell'Irak meridionale questo lavoro è svolto in parte dai Carabinieri). «Ma anche fuori da Baghdad», spiega Nidal, «i ladri hanno depredato con violenza, specie attorno a Nassiriya. Per settimane lì nessuno si è preoccupato della sorveglianza, i ladri hanno agito indisturbati». Secondo le stime di alcuni esperti, sarebbero ben 175 mila gli oggetti razziati dai più importanti siti archeologici del Paese. Subito dopo il saccheggio al Museo di Baghdad, la vicedirettrice si abbandonò a uno sfogo amaro. «Toccava agli americani proteggere il museo, se solo avessero messo un carro armato o due soldati davanti all'ingresso, tutto questo non sarebbe successo: considero le truppe americane direttamente responsabili per ciò che è accaduto», dichiarò a caldo. Oggi Nidal Ameen non vuole parlare di politica e della situazione in Irak. Però vuole esprimere un desiderio: «La civilizzazione dell'Irak risale a 6.000 armi prima di Cristo. Siamo un popolo antico e credo che meritiamo pace, sicurezza, benessere. Se ci saranno queste condizioni spero di veder riaperto il museo, perché lì, in quelle vetrine, negli oggetti esposti, c'è tutta la nostra memoria».
Lo scempio di Baghdad
Nidal Ameen, vicedirettrice del Museo dell'Irak di Baghdad, racconta il giorno del saccheggio del museo nel 2003. Il museo, considerato uno dei più interessanti e ricchi del mondo, fu devastato e molti reperti furono rubati. A Nidal Ameen trema ancora la voce quando ricorda l'orrore e il dolore del giorno. Il museo è stata la sua casa dal 1971 e ha visto crescere le sue figlie insieme al museo. Oggi, il museo è ancora chiuso e in fase di restauro, ma la situazione è ancora grave. Solo 4.000 dei 15.000 pezzi trafugati sono stati recuperati, e molti sono stati venduti sul mercato nero.
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