TORINO Colpo di scena al Castello di Rivoli. La diarchia Jens Hoffmann e Andrea Bellini è durata una sola notte. «Avevo accettato l'incarico di direttore perché amo molto il Museo del Castello di Rivoli e la sua collezione e avevo stima delle persone che ci lavorano. Ma a questo punto ho perso la fiducia nel presidente Minoli e rinuncio alla direzione». Con queste parole Jens Hoffmann, 35 anni direttore del Wattis Institute for Contemporary Art di San Francisco, nominato sabato sera al vertice del Museo, comunicava ieri pomeriggio la decisione di non accettare l'incarico, maturata nella notte. Che cosa ha fatto cambiare parere al neodirettore? «Avevo posto tre condizioni prima di accettare la proposta del presidente Minoli. La prima era di carattere economico ed è stata risolta. Ma le altre due, la possibilità di leggere il contratto in lingua inglese e soprattutto alcuni giorni di tempo prima di diffondere la notizia, perché potessi avvertire i miei attuali datori di lavoro, non sono state rispettate. Per cui a malincuore rinuncio». La notizia scoppia come un fulmine a ciel sereno in un mondo dell'arte che aveva accolto con favore la scelta di Minoli di mettere ai vertici del museo d'arte internazionale due giovani in grado di perseguire un progetto «glocal», che da un lato guardasse al territorio (con Bellini, già direttore di Artissima) e dall'altro al mondo internazionale, grazie alla vasta esperienza accumulata da Hoffmann: nonostante la giovane età ha al suo attivo, oltre all'attuale direzione del Wattis, quella dell'Institute of Contemporary Arts di Londra, nonché la cura di varie Biennali fra le quali quella di Lione nel 2007 e quella dei Caraibi nel 1999, realizzata in tandem con Maurizio Cattelan. Con l'Italia Hoffmann, costaricano di padre tedesco, ha anche altri legami: una figlia avuta da un'artista italiana. «Mi sembrava la persona giusta per Rivoli» dice di lui Matteo Viglietta, della Fondazione Crt per l'Arte contemporanea, nonché patron della collezione Gaia di Busca. «Nei giorni scorsi era stato a visitare la nostra collezione e mi ha colpito per la profonda cultura artistica e anche per la conoscenza, che in genere i curatori stranieri non hanno, di opere e installazioni di artisti italiani. Mi auguro ci possa ripensare». Non sembra convinto che ciò possa accadere Fiorenzo Alfieri, assessore alla Cultura del Comune di Torino, nonché membro del consiglio d'amministrazione del Castello di Rivoli: «Non so cosa gli sia accaduto e perché abbia deciso di rinunciare. Non vorrei pensar male, ma la storia del tempo che non gli sarebbe stato dato mi sembra poco credibile». Ma ora cosa accade? «Un direttore comunque c'è, si tratterà di affiancargli qualcun altro». Il direttore che rimane è Andrea Bellini, il candidato voluto dall'assessore alla Cultura della Regione (che copre con 3 milioni su 4 il budget di Rivoli), Gianni Oliva. E proprio perché non perdesse la faccia l'assessore che per Bellini si era speso non poco, pare fosse stata raggiunta l'ipotesi della doppia direzione. «Certo ora non facciamo con il mondo intero una bella figura - osserva Francesco Bonami, direttore della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. - Il metodo scelto era giusto, con una serie di colloqui con curatori di livello internazionale. Ora la frittata è fatta, ma io credo che sarebbe opportuno azzerare tutto e ricominciare da capo. In fondo che senso ha avere un direttore per certi versi "commissariato", visto che presto o tardi dovrà essere affiancato da qualcun altro?». Ancora una volta, come era già accaduto per il tiramolla con Nanni Moretti alla direzione del Torino Film Festival, sono però le istituzioni cittadine a uscirne male. Anche allora ci furono polemiche a non finire: «Io penso che il problema in Italia sia l'ingerenza dei politici non solo nel mondo dell'arte» dice Carolyn Christov-Bagarghiev, direttrice di Rivoli in partenza per Kassel, che ha coordinato la lunga fase delle consultazioni nel Gotha dell'arte internazionale e affiancato Minoli nella fase dei colloqui con i candidati. «Sono amareggiata e delusa - aggiunge - per quel che è successo. E per certi versi mi sento anche un po' presa in giro. So che Hoffmann è una persona seria e che aveva tutta l'intenzione di accettare questa carica perché ama Rivoli e la sua collezione. Credo che ci sia stata da un lato una sottovalutazione delle sue legittime richieste di avere tempo per parlare con i suoi attuali datori di lavoro e dall'altro una sopravvalutazione dell'accordo verbale». E sul futuro di Rivoli? «Mi auguro solo che alla fine si riesca a trovare qualcuno che abbia davvero a cuore il museo e la sua collezione, perché un museo che non lavora intorno a una collezione è morto». Cosa farebbe in concreto? «Secondo me tra la rosa di candidati che abbiamo ascoltato ci sono certo personalità che potrebbero a questo punto affiancare Bellini. Penso a una curatrice brava e appassionata come Rina Carvajal, che ha presentato un progetto molto intelligente e non ha in questo momento legami con altre istituzioni». In attesa che la situazione decanti, Bellini è atteso a Rivoli per il primo gennaio. A tre mesi dalle elezioni, si mormora, era difficile che non finisse come voleva l'assessore Oliva.
TORINO - Bufera a Rivoli Hoffmann: "Non accetto"
Il direttore del Museo del Castello di Rivoli, Jens Hoffmann, ha rinunciato all'incarico di direttore nominato sabato sera dopo aver accettato la proposta del presidente Minoli. La decisione è stata presa dopo aver perso la fiducia nel presidente Minoli e dopo aver ricevuto una serie di condizioni non rispettate, come la possibilità di leggere il contratto in lingua inglese e alcuni giorni di tempo prima di diffondere la notizia. Hoffmann aveva accettato l'incarico per amore della collezione e della cultura artistica del museo, ma non era convinto che ciò possa accadere. Il direttore che rimane è Andrea Bellini, il candidato voluto dall'assessore alla Cultura della Regione, Gianni Oliva.
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